martedì 5 giugno 2012

Heidegger, nazismo e filosofia

Heidegger, maestro nazista 
Vattimo: «Attaccato da tutti, ha ispirato la filosofia europea».
Lettera43, 9 maggio 2012. Intervista di Bruno Giurato
 
Ogni volta che si nomina il professore «agreste e boschivo» torna puntuale come un orologio al plutonio la polemica, o meglio l'etichetta di  «nazista». È il destino di Martin Heidegger, probabilmente il pensatore più influente del 900, almeno per quanto riguarda il lato continentale della filosofia.
IL NAZISMO E LA FILOSOFIA.
Questa volta l'occasione per parlare male dell'autore di Essere e tempo è arrivata dalla pubblicazione della traduzione in italiano di un libro dello studioso francese Emmanuel Faye, dal titolo Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia (L'asino d'oro).
Da una parte Faye mette in evidenza i legami tra la vita di Heidegger e il nazionalsocialismo; dall'altra vorrebbe dimostrare come questi inquinino il suo pensiero.
IL NAZI HEIDEGGER SI AGGIRA PER L'EUROPA.
Ora, la convinta adesione del filosofo al nazismo è appurata. Heidegger mai negò né ritrattò la sua appartenenza al partito hitleriano: fu rettore dell'università di Friburgo nel 1933 e il suo discorso L'autoaffermazione della società tedesca è noto a tutti.
I DEBITORI DEL FILOSOFO.
Quanto poi al presunto lato nazi del suo pensiero, bisognerebbe rilevare che, sebbene con diverse intensità, tutte le principali correnti filosofiche e letterarie contemporanee sono debitrici a Heidegger, in particolare quelle legate alla sinistra. Se Faye avesse ragione ci sarebbe dunque un Dna nazista a spasso da decenni per l'Europa.
ATTACCHI RIPETUTI.
Attaccare periodicamente Heidegger ormai «è un classico», spiega a Lettera43.it Gianni Vattimo, studioso di Heidegger e teorico del «pensiero debole» (quanto di meno totalitario ci sia in giro).
«Quando si finiscono gli argomenti contro l'opera di un autore, si comincia a prendere di mira la sua vita. E di solito, nel caso di Heidegger, gli attacchi arrivano dai filosofi francesi».

 
Martin Heidegger
DOMANDA. Eppure i francesi, da Jean-Paul Sartre a Jacques Derrida fino a Jean-Luc Nancy hanno 'rubato' a man bassa da Heidegger.
RISPOSTA.
È vero, ma evidentemente è un debito che non va loro giù. E c'è una ragione per questo...
D. Qual è?

R.
Heidegger era anti-lluminista, anti-cartesiano. E si sa che i francesi, quando viene toccato Cartesio, non la digeriscono.
D. In gioco ci sarebbe quindi un'incompatibilità «genetica» tra
tedeschi e francesi?
R.
Senz'altro. Anzi penso che Heidegger abbia finito per aderire al nazismo più che altro per spirito anti-cartesiano. Ma se si rilfette un momento, ci si accorge che Heidegger, con la sua adesione al nazismo ha fatto un'azione coraggiosa.
D. In che senso?

R.
È sceso in campo, ha realizzato la sua personale idea di intellettuale engagé. Che poi fosse un'idea sbagliata è un'altra storia. Ma si è sporcato le mani.
D. Discutibile....

R.
Sbagliato dal punto di vista del contenuto. Ma bisogna considerare i tempi: molti intellettuali dell'epoca, dallo storico Marc Bloch al critico letterario György Lukács erano dalla parte di Stalin.
D. Proprio tutti erano così implacabilmente schierati?

R.
Il filosofo Ernst Cassirer no, lui era un illuminista, ma poteva permetterselo: era un ricco amburghese. Se ne andò, come ebreo dovette fuggire dalla Germania nazista, ma non fu costretto a prendere posizione. In Germania erano tempi duri per tutti, comunque. Gadamer mi raccontava che lui e Heidegger si trovavano a casa sua a leggere Guerra e Pace, a lume di una sola candela. Non ne avevano altre.
D. All'epoca in Germania si respirava poi un astio diffuso nei confronti di chi aveva vinto la Prima guerra mondiale, e imposto le sanzioni economiche.

R.
Certo. Forse anche per questo Heidegger riprese il concetto di Friedrich Hölderlin dei tedeschi come eredi della grecità. I tedeschi, secondo lui, avrebbero potuto emanciparsi da tutta la tradizione della filosofia europea, in fondo a loro estranea, e andare direttamente alle origini greche. Anche per Friedrich Nietzsche era così: insisteva per ritornare ai presocratici.
D. Questo voleva dire anche bypassare la tradizione cristiana?

R.
Sì. Dico spesso che l'errore di Heidegger è stato smettere di leggere le lettere di San Paolo, e insistere troppo con la grecità.
D. Fatto sta che Heidegger ha prestato i concetti, e spesso anche il linguaggio a praticamente tutta la filosofia contemporanea.

R
. È un dato di fatto. Nell'800 c'era Hegel, e tutti «hegelianeggiavano». Nel 900 Heidegger, e tutti bene o male lo hanno seguito.
Hannah Arendt
D. Tra coloro che più hanno attinto al pensiero heideggeriano c'è sicuramente Hannah Arendt che del filosofo fu allieva e amante. Eppure hanno avuto consensi molto differenti.
R.
A parte i problemi personali, che restano cavoli loro, il fatto che Arendt insistesse molto sul concetto di natalità, mentre Heidegger mettesse in evidenza la morte la dice lunga. Si tratta di una specie di reazione, un volersi differenziare cercando l'opposto a tutti i costi.
D. Invece il concetto di «banalità del male» in fondo è molto heideggeriano.

R. Sì, l'idea secondo cui il male non ha bisogno di protagonisti mostruosi, ma può essere praticato da soggetti piccoli, insignificanti, è un'idea che Heidegger avrebbe sottoscritto.
D. Heidegger sosteneva anche che la malattia dell'epoca fosse considerare le persone
semplici numeri. Convinzione incarnata sia dalla dittatura nazista sia da quella tecnica.
R.
Ed era anche l'opinione di Arendt.
D. Oltre che un tratto comune orwelliano, diffuso ben oltre Heidegger.

R.
Anni fa, all'università della Florida, ascoltai la lezione del rabbino americano Richard L. Rubenstein. Lui sosteneva, non cinicamente ma abbastanza freddamente, che Hitler aveva solo anticipato i tempi. Aveva cominciato a trattare gli uomini come numeri. Cosa che adesso fanno l'economia, le banche, i governi. Alla fine è un'intuizione heideggeriana.

Mercoledì, 09 Maggio 2012

30 commenti:

Xtc ha detto...

Ho sempre creduto che si dovessero separare le idee dagli uomini che le avano espresse. Rimbaud pare si diventato mercante di schiavi, ma la sua poesia non ne risente affatto. Céline era quello che era, ma la sua scrittura abbaglia. Heidegger ha i suoi limiti (soprattutto nell'essere giocoliere della parola), ma rimane un punto di riferimento imprescindibile.
E quindi mi trova d'accordo nel ritenere risibili le critiche al suo pensiero basate sulla sua vita vissuta.
Il motivo per cui le scrivo sta nel fatto che mi trovo spiazzata dalla sua affermazione, secondo la quale l'errore di Heidegger sarebbe stato quello di smettere di leggere le lettere di San Paolo, e di insistere invece troppo con la grecità.
Potrebbe spiegarmi meglio questa idea, per favore?
Grazie in anticipo.
Silvia

Domenico ha detto...

Sono molto perplesso. Che ce ne facciamo della filosofia se non ci aiuta ad interpretare la realtà?
Che dire di una filosofia che non ci permette di cogliere l'orrore implicito nell'ideologia nazista?
Heidegger mi sembra sempre più un funambolo della parola lontano dall'umanità e dalla vita.
Lasciamolo perdere e studiamo invece Jaspers.

Munus Umanus ha detto...

Non si capisce perché in Italia ci si (pre)occupi di tradurre e pubblicare un testo costruito metodicamente e metodologicamente sulla falsificazione come il libro di Faye, e non la risposta collettiva, seria, curata da Fédier (Heidegger à plus forte raison)che lascia Faye in, mi si perdoni il francesismo, mutande. Mutande di cartesiano a suo modo "fanatico". Si strombazza poi ai quattro venti che Faye direbbe finalmente la verità sul nazismo di Heidegger (se è così, perché aspettare tanto tempo - 7 anni - a tradurlo? Colpa della potentissima mafia heidedderiana in Italia?) mentre il suo testo è già stato fatto a pezzi a un anno dalla pubblicazione in Francia. La verità è che in Italia ci sono in questo momento particolare, particolarissimi interessi "di campanile".
Che Gianni Vattimo, da persona beneducata qual è, evita di denunciare, appunto, strombazzando. Al contrario di quanto fanno i suoi "avversari".

A quando la defalsificazione di Fédier e compagnia in Italia?

Anonimo ha detto...

Rubenstein ovviamente da ebreo si dimentica che i primi a trattare le persone come numeri sono stati gli stati uniti d'america.Da ebreo mente come mentono tutti gli ebrei.Il Nazionalsocialismo è stato evidenzaito come male assoluto perchè l'ebraismo internazionale governa.I mafiosi ebrei e la mafia internazionale giudaica,nonostante decida le sorti del globo,riesce ,tramite la religione olocaustica ancora a resistere,perchè il popolo non pensa,ma ripete.Heidegger se fosse stato comunista,allora andava bene,del comunismo (invenzione ebrea) nessuno dice mai nulla,anzi,quando si vuole alludere ad un potere si mette in piazza il nazismo e mai il comunismo.

Speleo ha detto...

Chissà come mai, chi parla a sproposito,
si chiama sempre ''anonimo''...

gsign ha detto...

Riproposto l'articolo, sebbene in ritardo, ripropongo il commento:
[gsign 11/mag/2012 | 15:00]

Vorrei caldamente ringraziare Lettera 43 per aver pubblicato questo interessantissimo duetto tra l'intervistatore Giurato e il filosofo Vattimo. Trovo straordinaria la sintesi che permette ai lettori di comprendere in meno di due pagine lo spessore, la profondità, l'incalzante necessità dell'esperienza filosofica.
Apprendiamo che il metodo filosofico si fonda sul ''volersi differenziare cercando l'opposto a tutti i costi''; ovvero come la perla distillata dall'intero cammino della filosofia occidentale (forse universale), il grande, intoccabile Heidegger, ''abbia finito per aderire al nazismo più che altro per spirito anti-cartesiano''.
Cercare l'opposto: è quindi questo l'apporto significante della filosofia all'umanità, alla sua crescita, mentale e sociale? Già, non è il contenuto del pensiero: infatti, ''che poi [il nazismo] fosse un'idea sbagliata è un'altra storia'', non molto rilevante, in termini filosofici ovviamente, dice Vattimo, nel proporci un più elevato grado di perspicacia: ''se si rilfette un momento, ci si accorge che Heidegger, con la sua adesione al nazismo ha fatto un'azione coraggiosa''.
Il fecondo duetto ci aiuta a sviscerare poi l'essenza di questo coraggio: comprendere l'umanità come realmente è, perché tale essenza è iscritta nel Destino, che ineluttabilmente svolge nel tempo il suo papiro già debitamente compilato. Non a caso forse il nostro Vattimo si appoggia alle speculazioni di un illustre religioso ebreo. ''Hitler aveva solo anticipato i tempi. Aveva cominciato a trattare gli uomini come numeri'' e questa, aggiunge Vattimo, ''alla fine è un'intuizione heideggeriana''.
''Malattia dell'epoca... considerare le persone semplici numeri''. Quella del novecento e questa attualissima, affermano in coro: ''tutte le principali correnti filosofiche e letterarie contemporanee sono debitrici a Heidegger, in particolare quelle legate alla sinistra''.
Solo a questo punto (forse per quell'indomito volersi differenziare, chissà) ci permettiamo di azzardare una riflessione personale.
Se è malattia non è l'assetto naturale di un organismo, il pensare umano, collettivo, quello che speriamo continui sempre a fare la Storia. Se è malattia non è detto che sia cancro. Se è cancro non è detto che sia ineluttabile destino. Occorre fare ricerca quindi, non ''credere'' di intuire come è, ''sporcarsi le mani'' senza comprendere. Piuttosto cercare di cambiare ciò che non va, perché non è, non è umano.
D'accordo quindi che questa peste del pensiero aleggi da ottant'anni, e molto a sinistra; ottimo motivo per non lasciarsene contagiare, quel molto deve divenire troppo, con moto netto di reazione, questa sì umana: abbandonare al più presto le ''mode filosofiche'', che possono essere davvero pericolose, che hanno già devastato continenti e generazioni, nel fare di grandi parolai del nulla, ''influenti'' pensatori.

Munus Umanus ha detto...

1) Schmitt, un pensatore che non amo ma che credo vada preso sul serio - invece di arruolarlo, pure lui, in fretta e furia, nella truppa dei nazisti - diceva che "chi parla di Umanità sta tentando di ingannarti".
Che si apprezzi o meno la sua teologia politica (io no, ma seguo la scia della sua decostruzione messa in atto da parecchi tempo da parecchi pensatori - in Italia penso in particolare ad Esposito nel suo imprescindibile "Categorie dell'impolitico")temo che sia difficile non essere d'accordo con quell'asserzione.
Foucault non diceva qualcosa di molto diverso quando parlava dell'Uomo come invenzione moderna, della quale l'autoconsumazione della modernità stessa permetteva di annunciarne la morte, per poter finalmente occuparsi di umani, in particolare dei portatori di "vite infami", insomma gli oppressi, gli emarginati, i cancellati dalla storia attraverso galere, manicomi, dispositivi giuridici e disciplinari vari, i "vinti della storia" di Benjamin (tema, fra l'altro, degli ultimi saggi di "Della realtà" dello stesso Vattimo).
L'Umanità che vuole "crescita, mentale e sociale", immagino anche progresso e sviluppo, non può apparire, proprio da uno sguardo qui e ora su ciò che si fa, materialmente, in nome dell'Umanità, come un'idea sospetta, se non minacciosa.
2)I tanto bacchettati antiumanismi, a partire proprio da Heidegger, hanno cercato di immaginare gli umani a partire da un con-essere che è "disseminazione originaria" (Heidegger) di esistenze "singolari plurali" (Nancy) che non possono essere compresse in alcun dispositivo ontologico positivo.
Come ha ben mostrato Foucault (e ripetuto sulle sua tracce Derrida) l'Uomo è il prodotto (astratto, direbbero Marx e Adorno) di una serie di assoggettamenti sacrificali: delle donne agli uomini, dei folli ai sani, degli omosessuali ai virili eterosessuali, e naturalmente dei non occidentali agli occidentali (dei neri ai bianchi, dei civilizzati ai selvaggi...). Derrida si chiede, in Il faut bien mangier (breve testo illuminante, da poco pubblicato da Mimesis): sarebbe mai possibile un capo di stato donna, omosessuale e vegetariana?
I tromboni neoliberali non fanno altro che glorificare la democrazia statunitense che ha eletto (e forse rieleggerà) un candidato nero: ma a nessuno sono venute in mente, in questi anni, non dico le parole sulla "naturale" mutevolezza storica dei dispositivi di potere (a volte più creativi delle resistenze che vi si oppongono) di Foucault, ma almeno quelle di Marcuse sulle "opposizioni funzionali" (Adorno aggiungerebbe che non c'è modo migliore di assorbire nel sistema tecno-capitalista le opposizioni ad esso)?
Il meccanismo sacrificale della costituzione del Soggetto Umano (direbbe Derrida) non si è affatto arrestato, avendo piuttosto incluso il "nero" (per bene) espellendo la portata eversiva delle pratiche decolonizzanti, delle rivolte dei ghetti e delle banlieus. Così il "nero per bene" viene incluso nell'Umanità a tutti gli effetti, nel sacrificio (politico e ontologico) di tutti i neri che continuano ad essere destinati a fare i "vinti della storia", da un sistema sempre più sottile nelle sue strategie di esclusione.
Questo è un "Destino immutabile", reale e davanti agli occhi di tutti, che non cederà fino a quando non faremo i conti col destino a cui ci ha consegnati la tradizione (metafisica, onto-teo-logica, logocentrica) occidentale.
3) Il vero limite dell'esserci heideggeriano è piuttosto un altro: quello che ripete il discrimine netto e univoco fra Uomo e Animale. Come argomenta Derrida nel libretto che ho citato sopra, nell'esserci heideggeriano (sempre in relazione, disseminato nella sua singolarità plurale) è ancora implicato il dispositivo sacrificale di quella stessa metafisica del soggetto che egli denunciava: l'Animale (indistinto, indifferenziato) è sacrificato all'Uomo.

Munus Umanus ha detto...

Qui sta il limite della responsività dell'esserci, che nella sua costituzione (una costituzione de-costituente, per lo più) espelle l'Animale dalla capacità di chiamare e rispondere (ontologicamente, ma anche eticamente). L'ostacolo di Heidegger è proprio il linguaggio metafonico, apofantico, oltre il quale egli non riesce a intravedere una foné pre-metafonica, forse apofatica e non apofantica (proprio lui, responsabile della svolta negativa dell'ontologia) che accomuna, prima del linguaggio umano, umani e non umani: ontologicamente ed eticamente.
Questione enorme, mi rendo conto, ma che non si può più tacere (credo) in una lettura "amorosa", fatta con "pietas", dei testi heideggeriani.
Purtroppo Heidegger, pur gran lettore di Uexull, non ha probabilmente mai saputo di Koko, il gorilla che attraverso un linguaggio di segni negoziato con i primatologi, sconvolse gli etologi e mezzo mondo scientifico, "parlando" della morte, propria e altrui.

L'orizzonte che ormai si prefila non è problematico (forse "catastrofico", detto senz'ombra di pessimismo o "catastroismo") solo per il rapporto che l'uomo ha con gli animali non umani, ma anche per l'uomo stesso, messo, contemporaneamente, davanti ai suoi confini e alla sua animalità (ancora tutta da pensare fuori da biologismi e vitalismi).

Scusate la prolissità.

Spero che il professor Vattimo abbia voglia di dire la sua (in merito a quest'ultimo punto).

Grazie da subito e cari saluti.

Antonio

Eva ha detto...

"Speleo" la tua risposta all'anonimo denota quanto sia scarsa la tua idea.Lui ha scritto cose esatte e molto chiare,data la situazione,tu no.

David Chiappini ha detto...

Premesso che Speleo effettivamente non ha detto granché, trovo giusto che l'anonimo rimanga tale, dato che ha idee tanto "politicamente scorrette".
Eva, egli avrà anche scritto cose molto chiare, ma anche esatte?
Una frase come "mente come mentono tutti gli ebrei" non mi sembra tanto lontana dalla "numerizzazione" delle persone...
Ho appena finito il liceo, perdonatemi se magari ho detto stupidaggini.

Eva ha detto...

Fammi capire David Chiappini,solo le idee politicamente scorrette espletate o presentae da alcuni vanno bene?!Gli ebrei hanno mentito a sufficienza e su questo credo che molti siano in accordo anche se hanno paura a dichiararlo (questo denota la libertà a cui siamo continuamente sottoposti).Vero è che non dovremmo generalizzare,ma a pare che una parte politica in Italia ha generalizzato e continua a farlo da una quarantina d'anni,quindi non vedo perchè altri non possono farlo.

gpdimonderose ha detto...

In un mondo in cui impera l'algoritmo e i Big data ci "tracciano" dominandoci,non possiamo non dirci heideggeriani.Il "Si,si-no,no" non può che essere fatto nostro.
Per quanto riguarda l'adesione al nazismo,conviene misurarsi coi testi, dialogare a tu per tu col suo pensiero:confutazioni,critiche.superamento possono nascere solo da qui come è uso fare con ogni pensatore.
Illustri giornalisti,scrittori,filosofi hanno abiurato alla loro adesione al fascismo e aderito al marxismo,nel dopoguerra o poco prima, ricevendo solo lodi e svolgendo egregiamente il loro
ruolo dall'Accademia alla politica,ai media.
Sembra sia più popolare e "meritevole" parlare del "nazismo" di Heidegger che si è dimesso due anni dopo aver accettato il Rettorato(1933-35)quindi prima delle persecuzioni degli ebrei.

20x7 ha detto...

""Sembra sia più popolare e "meritevole" parlare del "nazismo" di Heidegger che si è dimesso due anni dopo aver accettato il Rettorato(1933-35)quindi prima delle persecuzioni degli ebrei.""

gpdimonderose,quindi significa che quando gli ebrei fanno risalire persecuzioni addirittura nel 1933 sono enormi balle,ma questa oramai è cosa nota.Heidegger comunque non ha mai rinnegato il suo passato.
Inoltre gli ebrei furono i primi a dichiarare guerra alla germania nazista,non lo scrivo io,lo scrivono i giornali del tempo.Magari cerca di separare la storia dalla filosofia che è meglio.

gpdimonderose ha detto...

"Heidegger era un seguace del nazismo della prim'ora,un simpatizzante delle camicie-brune,da figlio di contadini scorse nel nazismo delle origini una rivolta popolare che tornava alle forze della natura contro ciò che considerava degenerazioni della democrazia cioè illuminismo e marxismo.Quando ci fu la notte dei lunghi coltelli capì la pericolosità dell'hitlerismo,lo rinnegò e fu perseguitato per questo".Così C.Sini che aggiunge "l'anima nera fu la moglie Elfride antiebraica e iscritta da giovane al nazismo".
Tanto per parlare di storia.E' purtroppo ancora da fare la storia degli intellettuali stalinisti e comunisti e maoisti. O degli ex-fascisti passati alla sinistra e magari smemorati.Misurarsi col suo pensiero resta "obbligatorio".

Mauro Pastore ha detto...

Ma insomma, la Germania erede della grecità? La Grecia non ha mai cessato di esistere, esistono i greci ancora oggi, il Sud Italia viene ancora chiamato Magna Grecia. Oltre allo stato greco, più propriamente definibile elleno, così come il paese situato nella cartina a destra dell'Italia sarebbe da definire Ellade (Hellas), greci srebbero da definire numerosissimi italiani, anche se solo pochi di essi sono ellenici. Ma la grecità, etnicamente, è anche nei paesi slavi e tra i russi. Il rito cristiano greco-ortodosso è diffuso in molte parti del mondo. In Italia l'eredità della Grecia antica giunse attraverso il medio evo nella modernità, dato che Bisanzio non trattò il nostro paese come proprio dominio e solo in pochi luoghi si ebbe il vero e proprio medio evo greco, oltretutto anche con esiti diversi che in Ellade. C'è un po' di Grecia in luoghi spesso impensati. In Italia esiste una grecità del tutto autonoma, non dipendente da niente altro fuori. Magna Grecia significava proprio questo e La vera e propria Grecia era al principio del medio evo solo in Italia del Sud.
Dunque molti filosofi tedeschi si sentivano gli eredi del pensiero classico greco ma in ciò si mostrarono in buona parte ignoranti. Certo l'Italia meridionale non era luogo molto conosciuto. Goethe, Wagner, Nietzsche scesero in Italia per capirci qualcosa in più. Erede vero del pensiero degli antichi filosofi greci fu Bisanzio. Il neoplatonismo fu il maggior lascito dell'antichità, quando l'Accademia fu chiusa esso era giunto a una svolta: per avere un seguito necessitava di una filosofia mistica che partisse da premesse religiose monoteiste, dunque fu ritenuto utile soltanto nelle scuole teologiche cristiane, mentre fuori dall'Europa cristiana continuò nell'Islam come intimo motivo ispiratore di una filosofia che fu anche politica. Nel Nord Europa esso subì un destino di mutazione, poi nel Rinascimento non fu più lo stesso e in questa forma fu conosciuto in Germania. A Bisanzio però nulla di questo era avvenuto, qui la metafisica non fu intesa psicologicamente ma teologicamente, sicché il distacco dalle cose materiali necessario al cammino del saggio non fu mai tradotto in linguaggio dell'anima e non diede mai luogo a drammi psicologici. La saggezza umana cerca lo spirito quanto l'arte la materia, nessun dramma a riguardo; ma gli orfani del misticismo medioevale, in una modernità di nuovo pluralista, laica, non più dominata dalla cultura ecclesiastica, non seppero evitare di compromettere la saggezza con la semplice sapienza. Qui l'antica serenità greca non solo era perduta ma offesa, in Germania la filosofia la voleva di nuovo. Lo stesso eroico furore dei testi del Nolano fu letto attraverso lo specchio riduttivo di Spinoza e dalla lente deformante di Cartesio. Leibniz offrì un pensiero nuovo, ma nessuno lo volle prender sul serio. Dunque si pensò a una Grecia ideale, dimenticando che essa esisteva ancora materialmente. Il cielo della Magna Grecia fu oscurato, Bisanzio cadde, come essa stessa aveva preordinato, nelle mani nel nemico. In Oriente la filosofia stessa è greca, perché qui non v'è sintesi di saggezza e sapienza e ogni filosofo non può esser tale senza continuare la storia della Sophia greca. Nel Villaggio Globale suona più greca Persepoli che Berlino o New York, del resto i navigatori che per primi passavano per Il mare di Tokyo vedevano la vera prima metropoli del mondo anche senza pensare alle imprese di Alessandro. Di questo mondo il nazismo e il filonazismo non ne seppero veramente nulla.

Mauro Pastore

Mauro Pastore ha detto...

Heidegger era un professore terribile. Nel suo pensiero filosofico non trovai ideologia nazista, ma esso a fine carriera era cambiato. Dal confronto dell'essere col tempo al confronto del tempo con l'essere, poi la svolta religiosa con l'appello a un Dio salvatore a svelare il limite del suo operato intellettuale. La speranza messianica soffriva in Heidegger di genericità, insomma una salvezza ignota, non è un caso che campeggia sulla sua tomba un simbolo mondano, esito delle eccessive pretese dalle proprie affermazioni. Heidegger iniziò ponendo il divenire quale dato già, poco importa che distinguesse tra ontologico e ontico, tra discorso razionale e discorso intuitivo. A fine carriera invertì la cronologia e il senso delle sue affermazioni sull'essere e il tempo. Fu soprannominato "pastore dell'essere", sebbene fosse prima travolto dal suo gregge, poi incapace di trovare il riparo. L'Essere lo sostanzializzò alla maniera di Spinoza senza però che venisse scelta una materia ove comprenderlo, Da ciò un'astrattezza incapace di politica, mentre dalla trascuratezza del contesto ove costruire una filosofia non solo intellettuale vennero l'ambizione politica e quindi il disastro dell'adesione al nazismo. Davvero, questo iter, una violenza ontologica eppure una diversa ontologia sarebbe stata pur sempre possibile. Ma quello stesso intellettuale che aveva iniziato con l'indicazione della differenza tra il tempo quale misura e quale occasione non aveva poi colto l'occasione salvifica da lui stesso trovata per averne obliato le qualità peculiari. A impedire non più l'essere quale pensiero omologante, ma pur sempre un essere separato dal suo stesso senso, l'esistenzialità. Quelli che colgono la riflessione matura di Heidegger le conferiscono validità soltanto nel proprio iter filosofico. Derrida così aveva fatto.
Heidegger, cattivo pastore, non trovò il recinto perché non ebbe etica e temette la pioggia più del bosco. Voleva un'alternativa sia al capitalismo che al comunismo, cercando la via che rendesse l'Europa più forte degli Usa e dell'Urss. Ma a nulla vale sapere le insidie e i pericoli del tecnicismo se non si sa capire in concreto dove si celano. La tecnica sociale dei Sovietici e quella economica degli Stati Uniti coesisteva con la tecnica comunicativa dei totalitarismi europei di Franco, Mussolini e Hitler, le cui propagande sfuggivano alla comprensione degli altri grandi stati europei. Lo studio dell'essere è inerme a fronte della volontà di sfruttare il linguaggio e asservirlo alla violenz, così, nella pioggia di messaggi fuorvianti che ancora invadevano l'Europa durante la guerra fredda, se non altro eco dei vecchi, violenti proclami nazisti, le pure affermazioni intellettuali erano sovente fraintese dagli loro autori stessi. Il terribile professor Heidegger presentava un pensiero filosofico-religioso fallimentare nella sua indeterminatezza e il simbolo posto sulla sua tomba di fatto rappresenta la volontà di restare entro i confini del mondo sempre e comunque ma reca pure l'oblio di un terzo escluso. Cielo e terra sembrano sussumere tutto, manca tuttavia all'appello quell'oceano che la Genesi biblica pone come antecedente dell'universo attuale, ciò che l'Edda, poema nordico, descriveva in termini meno vaghi. Heidegger, grande collezionista di pensieri, aggiungeva al nietzschiano senso della terra una orientale intuizione del cielo ma perdeva la totalità per una (mezza) immanenza.
Così quel professore terribile restò pur sempre a terra (lontano dal porto)!
Certo peggio andò a quei filosofi che scommisero su Stalin.

Mauro Pastore

Mauro Pastore ha detto...

A parte il desiderio di scusarmi per quelle lettere maiuscole sfuggitemi a causa degli automatismi della tastiera, vorrei che nel secondo mio messaggio su questo tema quel "a impedire" venga integrato con un più chiaro "a impedirlo", anche se di mancata espressione non si è trattato. C'è anche una parola priva dell'ultima lettera, ho scritto "violenz" e intendevo " violenza".
In tempi tanto duri sarà forse utile ricordare ai lettori che un lapsus può avere anche valore positivo o non negativo, ancor più utile ricordare che i lapsus, in quanto tali, sono parte di una volontà comunicativa che nessun cattivo psicologo o peggio cattivo psicoanalista potrebbe ignorare senza ignorare il lapsus o non riconoscerlo per tale. Dato che la coscienza, in quanto tale, è solo manifestazione, ovvio che la volontà cosciente non è mai in conflitto con l'inconscio. Tale precisazione è più tautologica che psicologica ed è dovuta all'incoscienza, non si pensi a un gioco di parole, con la quale in alcuni ambienti vengono trattate alcune comunicazioni e i loro autori. Incoscienza, dico, perché la psicologia e i suoi metodi, quali la psicoanalisi o la psicosintesi, non soltanto non sono strumenti che sappiano evitare le distrazioni, ma non garantiscono in chi le usa professionalmente la dovuta attenzione per le ragioni e i sentimenti altrui e neppure il giusto modo di presentarsi senza dare fastidio, neanche garantiscono che presentarsi altrove e ad altri sia necessariamente una questione legittima o innocua.
Sia detto pure che ciascun essere umano ha una psiche e un logos, lo preciso anche per evitare che si sfruttino diplomi, diplomini, lauree e specializzazioni per impedire le comunicazioni piú innocenti. Del resto il pedigree non l'hanno tutti i cani e sono cani, il degree non l'hanno tutti gli essere umani e sono umani. Se un marinaio pensasse di salvarsi da un mare furioso del "triangolo rosso" delle Bermuda senza sbagliare almeno una volta o perfino continuamente, il suo non sarebbe pensiero adeguato alla sua stessa sopravvivenza in un ambiente ove gli sforzi umani incontrano l'opposizione proprio quando volti ad effetto (è anche una questione di sforzi mentali). Se finanche due persone si potrebbero conoscere solo per aver sbagliato treno e potrebbero pure amarsi per questo caso, non vedo per quale motivo sia tanto diffusa l'abitudine, che diventa spesso ossessione nei confronti dei filosofi, a ostacolare subdolamente le comunicazioni prendendo a scusa i lapsus. Vero è che purtroppo accade anche di peggio, ma non è questa l'occasione per continure questo discorso oltre.
Si consideri tutto quanto scritto in questo messaggio in funzione della adeguata lettura, per chi lo volesse spero, dei miei precedenti.

Mauro Pastore ha detto...

Heidegger fornì con decenni di ritardo le idee giuste per i problemi della Germania dell'epoca nazista. Parimenti le università tedesche, io penso, avrebbero avuto bisogno dei suoi testi molti anni dopo di quanto non accadde, inoltre dopo il disastro della Germania sotto il nazismo era roba inutile. Questo accadde per non aver ammesso la natura intellettualista delle proprie rflessioni, che solo il linguaggio un po' ambiguo dei testi occultava. Molti facevano e fanno precedere i testi heidggeriani da contesti che lui non aveva pensato sicché Heidegger pare a molti aver pensato tutta la filosofia contemporanea ed è solo suggestione.
Mi colpì una frase sprezzante di Heidgger sulla filosofia di Schopenhauer, come pure la dichiarazione di fallimento sopra la filosofia di Jaspers. Ancor di più mi colpì il suo encomio dello storicismo di Marx, valutato come l'unico veramente valido. A quanti, purtroppo, Heidegger attribuisse il bisogno delle concezioni storiche di Marx è facile dirlo se si osserva quanto quest'ultimo avesse preteso dal proprio rovesciamento delle teorie hegeliane che ambivano a storie assolute. L'illusione dei razionalisti più estremi fu stigmatizzata da quel filosofo che pubblicava con lo pseudonimo di Max Stirner e che aveva per primo e meglio di tutti introdotto al concetto di volontà di potenza, diventando l'idolo dei movimenti anarchici ma in realtà proiettando la filosofia verso l'esistenzialismo, dato che l'unicità dell'individuo da lui medesimo affermata rappresentò la critica definitivamente distruttiva del moralismo di Marx e delle morali marxiane e marxiste, fondate su giudizi ciecamente generalizzanti. Heidegger preferì impaludarsi nelle carte inedite di Nietzsche, manipolate dalla sorella o favoleggiate dai fanatici. Ma Nietzsche non aveva cancellato la parola "tentativo" dalla sua autocritica a "La nascita della tragedia", Heidegger invece prese sul serio proprio quelle opere che si erano annichilite le une con le altre nella stessa vita del loro autore: il neoilluminismo cinico e spietato era morto assieme all'opposta assolutizzazione dionisiaca, dallo scontro ne erano uscite meditazioni diaristiche di valore solo personale le quali si aggiunsero agli scritti biografici giovanili. Nietzsche nell'ultimo periodo della sua vita indicava il massimo pericolo per la Germania nell'antisemitismo, mentre le enigmatiche firme di alcune sue tarde lettere, forse scritte in presenza di sintomi di malattia (ma si potrebbe anche pensare a semplici scherzi giocosi), mi hanno dato l'idea di una estrema confessione: L'autore si firmò "Il Crocifisso" celiandosi, pentito d'aver attaccato la religione cristiana? Penso di sì. Heidegger ignorò i timori di Nietzsche sui destini della Germania. Tra l'altro il "Così parlò Zarathustra", nel naufragio personale delle ragioni e dei misticismi, a mio avviso divenne per Nietzsche stesso un flashback nella memoria storica del monoteismo, ove Zoroastro era accanto al cattivo alter ego Zarathustra, il primo ispirato carisma, il secondo moralista fallito e pentito. La figura di Heidegger, per contro, mi rimanda ora al tipo umano del vecchio cocciuto e fuori posto.
Serenamente.

Mauro Pastore

Mauro Pastore ha detto...

Voglio dire pure che io attualmente ritengo la filosofia di Heidegger per nulla importante, sebbene sia stata il sostitutivo di altri pensatori più impegnati (e meno ostici alla lettura, concordo sul fatto che esiste un dialetto filosofico in Heidegger, ma affonda le radici nei formalismi universitari ed accdemici). Farne un liberatore mi pare assurdo. A Kierkegaard bastavano poche frasi per mostrare la dipendenza della metafisica dal tempo, Credo che lo stato pietoso della cultura universitaria stia emarginando i testi più preziosi, non mi riferisco dolo ai classici. Poi, nel caso di Heidegger a volte prevale la cronaca Rosa... Io preferii avanzare l'ipotesi che Soren Kierkegaard fosse stato prima amante di bordelli e poi adultero, non mi meraviglierei che non ritenne valido il matrimonio di Regina con Schelling (era Schelling il consorte ufficiale di Regina?). Nel caso di Heidegger non c'è sostanza vera, dato che la fronaca è eloquente e aperta. O no?

Mauro Pastore

Mauro Pastore ha detto...

Beh, altro errore, intendevo "solo", avevo battuto una d che non ci voleva, in un messaggio prima ho scovato un articolo sbagliato dovuto a una cancellatura parziale... Purtroppo la tastiera mi fa i capricci, mi scuso per l'eventuale disagio.

Mauro Pastore

Mauro Pastore ha detto...

Preciso, riguardo a quanto detto sulla Magna Grecia, Bisanzio, la Germania e la storia della filosofia, che non ho voluto usatre il trapassato remoto ricordando l'oscuramento dei Greci d'Italia e la caduta di Bisanzio, per via della separatezza delle storie in questione, non semplicemente per aver operato uno scarto nel ritmo del racconto. Purtroppo il volersi ostinare, da parte di molti ambienti della cultura, ad ignorare l'impossibilità di una storia unica, l'esistenza non soltanto di molte storie ma anche di molteplici parametri storici, sicché una stessa storia ammette più racconti e una raccolta di storie nella sua potenziale indefinitezza non può ammettere uno stesso linguaggio. Ma l'ignoranza di questo in fondo semplice principio spesso si muta in alcuni in accusa di incompetenza, allora quando l'accusatore vorrebbe ostinarsi a chiamare in causa il grammatico per dirimere una questione inesistente, ad esser richiesta sarebbe un po' di autenticità in più. Anzi, in questi casi spesso anche un minimo di onestà intellettuale di fronte a comunicazioni come queste mie sarebbe auspicabile.

Mauro Pastore

Mauro Pastore ha detto...

Purtroppo una frase del mio ultimo messaggio è rImasta monca per una cancellatura accidentale. Dunque la riscrivo per intero:
Purtroppo il volersi ostinare, da parte di molti ambienti della cultura, ad ignorare l'impossibilità di una storia unica, l'esistenza non soltanto di molte storie ma anche di molteplici parametri storici, sicché una stessa storia ammette più racconti e una raccolta di storie nella sua potenziale indefinitezza non può ammettere uno stesso linguaggio, genera veri e propri rifiuti alla lettura, all'ascolto e alla comprensione, fatto già di per sé penalizzante.

Mauro Pastore

LUIGI BISIGNANI ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
LUIGI BISIGNANI ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
MAURO PASTORE ha detto...

Per ciò che riguarda Benito Mussolini, sono tra quelli che ne danno giudizi più duri. Fu falso padre sempre e i suoi presunti eredi li ritengo discendenti di altro Mussolini che il "Benito Mussolini" sapeva e che tentava di "saccheggiare". Fu colpevole di aver dato risonanza alle propagande naziste conferendogli efficacia maggiore. Era salito al potere facendo prender per matta la donna di cui si diceva a torto reale marito e funestando il futuro di lei e del figlioletto di lei che era di altro padre. No fu buon soldato ma fortunato al fronte senza saperlo ammettere. Tanta la boria che non seppe essere nazionale italiano e poi non fu italiano in niente e poi nemico in tutto dell'Italia. Fu assai tormentoso coi partigiani e solo l'attesa della esecuzione capitale lo indusse a riflettere ma si mostrò incapace di manifestare prima di morire la nullità del proprio operato politico.

Di Adolph Hitler potetti sapere e comprendere il giudizio della sua madre, di cui se ne disse pubblicamente e che era rimasto assai conosciuto ed era stato tramandato in Austria dove lui aveva vissuto, che Hitler stesso temeva e da cui cercava di sfuggire funestando il futuro destino della famiglia Hitler, dalla quale lui era fuoriuscito perché davvero resosi indegno di essa. Secondo tale giudizio Adolph Hitler una ne combinava di cattiva ma molte di più senza curarsene ne provocava di altrettanto cattive. Vero appassionato di moda, poi falsario, infine purtroppo le aspirazioni politiche senza che volesse distinguere l'Austria dalla Germania e senza volersi capire origini ed appartenenze etniche e cercando di far valere odi insensati e inutili, quindi i delitti a catena e con sempre minore attenzione e senza più speranze di reali poteri politici nonostante l'ipocrisia lo celasse a quasi tutti fino al suicidio. Questo quadro io lo comprendo e non lo ho scordato!

Se ne tenga conto di ciò leggendo quel che ho scritto.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Purtroppo il mio ultimo messaggio dove ho precisato quel che io penso su Hitler e Mussolini era preceduto da un altro, inspiegabilmente non apparso sul forum anche se mi risultava inviato. In esso precisavo il mio pensiero su Franco e franchismo.
Riscrivo, non con stesse parole, il messaggio andato perduto.

Idolo nella politica non per sua scelta e poi suo malgrado, persona dal nome realmente significativo ma non descrittivo perché la Spagna con lui non rivisse fasti e poteri dei medioevali franchi. Lui reagì alla idolatria cui era stato sottoposto ma ciò non serviva ad annullare le eccessive attenzioni attorno alla sua persona ma solo a mutarne natura. I suoi fanatici volevano finanche sciagure e morti da lui e ottenevano proseliti, sempre nuovi sostituti, perciò solo dopo molto Franco riuscì a deporli e a rimediare al proprii errore iniziale di autosopravvalutazione. Io so che gli ambienti comunisti spagnoli erano oltremodo ed insensatamente violenti e quindi su Franco io, profittando di discorsi e dicerie che potetti udire nella stessa Spagna, ho potuto evitare sentenze morali eccessive. Il totalitarismo di Franco, si arguisce da fatti e testimonianze, non fu voluto da Franco stesso, comunque purtroppo vi fu.

Spero che questa e altre precedenti precisazioni siano assai utili per evitare fraintendimenti di sorta.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Ovviamento "proprii" sta nel mio ultimo messaggio per: proprio.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Ovviamente nel testo su Mussolini "No fu buon soldato" sta per: Non fu buon soldato.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Nel mio messaggio cominciante con: "Ma insomma (...)" nella frase " Il cielo della Magna Grecia fu oscurato, Bisanzio cadde, come essa stessa aveva preordinato, nelle mani nel nemico " si consideri pure "nelle mani del nemico" per il senso, come è ovvio e neppure contraddetto dal testo con la battitura erronea. Il nemico però non era esattamente il potere ottomano, ma ciò che impediva agli ottomani di ottenere quel che volevano chiedendolo soltanto. (Bel lapsus, era stato, il mio! Davvero.) Mauro Pastore

MAURO PASTORE ha detto...

In riferimento al mio messaggio precedente contenente ricapitolazione di storia greca:

L'espressione "Sud Italia" ha necessario valore introduttivo, dati alcuni possibili contesti tra i lettori. Per il resto vanno preferite l'altre, con riferimento verbale, semplice o derivato, al "meridione".

MAURO PASTORE