martedì 23 febbraio 2010

Una recensione dell'Atlante di filosofia di Elmar Holenstein

C'era Platone anche all'Equatore

di Gianni Vattimo

La Stampa - TuttoLibri, 20 febbraio 2010

Elmar Holenstein, ATLANTE DI FILOSOFIA, trad. di M.Guerra, F.Mauri, V.Sanna; introduzione di F.Farinelli; Einaudi, pp.306, € 65
L’autore insegna filosofia all’ETHdi Zurigo. Il suo «saggio-atlante» esamina i rapporti tra geografia e filosofia, per illustrare poi con le mappe il corso delle idee, nelle diverse epoche e zone del mondo(Ovest, Sud, Est, Nord). Nell’introduzione Farinelli lo definisce il primo esempio di tentativo di «atlante globale», un «progetto pilota».

Diciamolo subito, anche se il rischio ci sembra per ora remoto, giacché l’insegnamento della filosofia nei licei è destinato a vedersela brutta, in qualunque forma “modernizzata” si presenti: questo libro che sembra un atlante, e che anzi è un atlante, potrebbe sembrare il modello di un nuovo modo di insegnare la filosofia in maniera finalmente indipendente dagli schemi storicistici che abbiamo conosciuto (e apprezzato, molti di noi) nel passato. Niente più storia della filosofia ma, appunto, geografia; che dovrebbe liquidare una buona volta tutto l’eurocentrismo del nostro modo di insegnare questa disciplina ricostruendone la storia: dei movimenti, delle scuole, dei singoli pensatori.
Non sappiamo se questo sia stato l’intento del compilatore di questa amplissima enciclopedia, e dubitiamo che dal punto di vista didattico potrebbe funzionare; anche se sospettiamo di non essere i lettori adatti, forse le nuove generazioni educate alle ricerche su Internet saprebbero cavarne un autentico profitto. Insomma, qui la filosofia – ma che cosa si intende, nel libro, con questo termine? – è presentata nel quadro più ampio della evoluzione delle civiltà umana dalle origini ai nostri giorni. Un proposito che più filosofico non sin potrebbe, data l’ossessione “tutto logica” che a sempre caratterizzato i filosofi. Solo che, per l’appunto, qui il riferimento al tutto rischia di fare scomparire quasi completamente l’oggetto specifico: l’atlante è un (buono, secondo noi) sommario di storia delle culture che le segue nel loro dispiegarsi nelle varie zone del mondo.
La legittimazione di un simile approccio, come si sa, la offre il massimo filosofo moderno, Hegel, che vedeva la filosofia svilupparsi – come la storia stessa della civiltà umana – da Oriente a Occidente. E dopo di lui, tra i padri nobili a cui l’autore qui si riferisce, c’è anche Karl Jaspers, con la sua teoria dei periodi “assiali”del pensiero umano, quelli cioè che avrebbero visto la nascita dei grandi orientamenti di pensiero, filosofici e religiosi, che hanno segnato lo sviluppo della (nostra?) civiltà. La differenza tra questi grandi – e comunque discutibili – esempi e l’enciclopedia di Holenstein sta nel fatto che quei grandi schemi erano animati da una concezione filosofica specifica, servivano, soprattutto in Hegel, alla affermazione di un sistema. La neutralità descrittiva dello studio di Holenstein, che è certo anche uno dei suoi pregi, finisce però per renderlo poco incisivo e alla fine della lettura ci domandiamo quali sono le cose nuove che abbiamo imparato non riusciamo a indicarne nessuna.
È vero che anche il mettere insieme questa enorme quantità di dati (tutti rigorosamente già dati nella letteratura “storica” corrente) alla luce di una visione geografica dei grandi movimenti delle civiltà umane potrebbe dar luogo (ricordate la tesi filosofica secondo cui la quantità si trasforma in qualità?) a qualche risultato non previsto. Per esempio, ed è questo un possibile interesse, largamente insoddisfatto, del libro, si potrebbero scoprire nessi che finora ci erano sfuggiti tra collocazione geografica e idee filosofiche: capire per esempio perché la filosofia nasce nelle isole greche poi si sviluppa in modo eminente nella Germania del secolo XIX. Non è che l’autore non si ponga questo problema: ma si limita – del resto non potrebbe né dovrebbe fare altrimenti – a constatare che storicamente è andata così, riportando – come del resto fanno tutti i manuali – la nascita della filosofia greca a influenze, indiane, medioorientali.
Quello che certo non si trova nei nostri manuali scolastici – ma non sappiamo davvero se dovrebbe starci – è la quasi identificazione delle origini della filosofia con le origini dello stesso homo sapiens sapiens, cioè dell’uomo che poi, dopo secoli di evoluzione, siamo diventati noi (e Hegel, e Nietzsche, e...). Siccome la specie umana è nata, sembra, in Africa, qui troviamo un capitolo sui “più antichi e significativi contributi del continente africano a questa disciplina”: e questi contributi sono riassunti nella stessa pagina (66): il fatto che l’uomo può parlare liberamente (dire quel che vuole senza dipendere dagli impulsi che lo muovono); universalmente, anche di cose che non sono presenti o non esistono; può cambiare prospettiva, cambiare idea; può riflettere sulla propria lingua e modalizzare (valide, dubbie, probabili, false, ecc.) le sue enunciazioni; può argomentare razionalmente, adducendo ragioni pro o contro. Certo nessuna filosofia qualunque cosa essa sia può darsi senza queste condizioni, ma sono così generali che è difficile non identificarle con la civiltà umana tout court. Peraltro, parlando dell’America precolombiana, Holenstein utilizza una classificazione della storiografia filosofico-antropologica anglosassone, distinguendo saperi sul mondo e l’etica che sono diffusi tra il popolo o sono insegnati da qualche grande maestro spirituale, o sono affare di vere e proprie scuole: folk philosophy, sage philosophy, school philosophy.
Comunque, ciò su cui in fondo Hegel sarebbe d’accordo con l’autore è che la filosofia è la somma della civiltà umana, per cui la sua storia è la storia (e geografia) stessa della civiltà. Eurocentrismo? No, risponderebbe Holenstein, perché le culture umane, soprattutto se guardate dal vasto punto di vista antropologico e geo-sociologico che egli adotta, sono molto più simili di quanto non si creda: una tesi che mette abbondantemente da parte Hegel per una sorta di prospettiva vicina allo strutturalismo – un altro grande orientamento di pensiero, peraltro, nato, cresciuto e forse morto proprio in Europa.
Il libro, accanto alla vastità dell’informazione, ha il pregio di dare a pensare, e anche di far sognare, con tutte le sue belle cartine, come tutti gli atlanti. Non è poco, per un testo di “filosofia”.


1 commento:

Anonimo ha detto...

TESO DI GRANDE VALORE E MOLTO STIMOLANTE, PER SPOSTARE IL BARICENTRO FILOSOFICO EUROCENTRISTA A UN BARICENTRO PIU MONDOCENTRISTA. LO CONSIGLIO A TUTTI UELLI CHE ASPIRANO AD UNA VISIONE PIU' AMPIA