giovedì 26 gennaio 2012
Interrogazione parlamentare sulle alluvioni in Italia
Intervista a Bobbio, nel 1994...
Ritroviamo oggi sulla rete (Uninettuno.tv) una mia intervista a Norberto Bobbio, il 16 giugno del 1994... e volentieri ve la proponiamo.
Qui il video.
Qui il video.
Intervista a
Norberto Bobbio realizzata da Gianni Vattimo insieme agli studenti del
politecnico di Torino, per il Consorzio Nettuno. Bobbio descrive
nell'intervista, il rapporto intercorrente fra la Filosofia e la
scienza. Fino al Secolo scorso lo scienziato coincideva con il filosofo,
ora le due discipline sono nettamente distinte ed il progresso di
questo Secolo è stato solo progresso scientifico.
(Qui troverete altre mie discussioni filmate, sempre all'interno del sito Uninettuno.tv)
lunedì 23 gennaio 2012
Appello al Presidente del Consiglio sul progetto di linea ferroviaria Torino-Lione
Riporto qui volentieri un Appello al Presidente del Consiglio Mario Monti preparato da Sergio Ulgiati, Ivan Cicconi, Luca Mercalli e Marco Ponti, per chiedere un ripensamento sul progetto dell'alta velocità ferroviaria Lione-Torino.
L'appello
è aperto a universitari e professionisti in grado di esprimere una
propria competenza di tipo tecnico, energetico, ambientale ed economico e
spingere verso una trasparente revisione critica circa l'utilità del
progetto.
Per firmare l'appello, si raggiunga questo sito, che ospita anche la relativa documentazione scientifica, nazionale e internazionale (cfr.: www.lalica.net/Appello_a_Monti). Ciascun sottoscrittore dovrà dichiarare accanto al suo nome la Professione e l'Istituzione di appartenenza. L'Appello
sarà consegnato al Presidente del Consiglio in forma tuttora da
decidere, nella speranza di poterlo recapitare di persona.
Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino–Lione al Presidente del Consiglio Mario Monti
Gennaio 2012
Gennaio 2012
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Prof. Mario Monti
Palazzo Chigi
ROMA
On. Prof. Mario Monti
Palazzo Chigi
ROMA
Gennaio 2012
Oggetto: Appello
per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino –
Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze
economiche, ambientali e sociali.
Onorevole Presidente,
ci
rivolgiamo a Lei e al Governo da Lei presieduto, nella convinzione di
trovare un ascolto attento e privo di pregiudizi a quanto intendiamo
esporLe sulla base della nostra esperienza e competenza professionale ed
accademica. Il problema della nuova linea ferroviaria ad alta
velocità/alta capacità Torino-Lione rappresenta per noi, ricercatori,
docenti e professionisti, una questione di metodo e di merito sulla
quale non è più possibile soprassedere, nell’interesse del Paese. Ciò è
tanto più vero nella presente difficile congiuntura economica che il suo
Governo è chiamato ad affrontare.
Sentiamo come nostro dovere riaffermare - e nel seguito di questa lettera, argomentare - che il progetto1
della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, inspiegabilmente definito
“strategico”, non si giustifica dal punto di vista della domanda di
trasporto merci e passeggeri, non presenta prospettive di convenienza
economica né per il territorio attraversato né per i territori limitrofi
né per il Paese, non garantisce in alcun modo il ritorno alle casse
pubbliche degli ingenti capitali investiti (anche per la mancanza di un
qualsivoglia piano finanziario), è passibile di generare ingenti danni
ambientali diretti e indiretti, e infine è tale da generare un notevole
impatto sociale sulle aree attraversate, sia per la prevista durata dei
lavori, sia per il pesante stravolgimento della vita delle comunità
locali e dei territori attraversati.
Diminuita domanda di trasporto merci e passeggeri
Nel
decennio tra il 2000 e il 2009, prima della crisi, il traffico
complessivo di merci dei tunnel autostradali del Fréjus e del Monte
Bianco è crollato del 31%. Nel 2009 ha raggiunto il valore
di 18 milioni di tonnellate di merci trasportate, come 22 anni prima.
Nello stesso periodo si è dimezzato anche il traffico merci sulla
ferrovia del Fréjus, anziché raddoppiare come ipotizzato nel 2000 nella
Dichiarazione di Modane sottoscritta dai Governi italiano e francese. La
nuova linea ferroviaria Torino-Lione, tra l’altro, non sarebbe nemmeno
ad Alta Velocità per passeggeri perché, essendo quasi interamente in
galleria, la velocità massima di esercizio sarà di 220 km/h, con tratti a 160 e 120 km/h,
come risulta dalla VIA presentata dalle Ferrovie Italiane. Per effetto
del transito di treni passeggeri e merci, l’effettiva capacità della
nuova linea ferroviaria Torino-Lione sarebbe praticamente identica a
quella della linea storica, attualmente sottoutilizzata nonostante il
suo ammodernamento terminato un anno fa e per il quale sono stati
investiti da Italia e Francia circa 400 milioni di euro.
Assenza di vantaggi economici per il Paese
Per
quanto attiene gli aspetti finanziari, ci sembra particolarmente
importante sottolineare l’assenza di un effettivo ritorno del capitale
investito. In particolare:
1. Non sono noti piani finanziari di sorta
Sono
emerse recentemente ipotesi di una realizzazione del progetto per fasi,
che richiedono nuove analisi tecniche, economiche e progettuali.
Inoltre l’assenza di un piano finanziario dell’opera, in un periodo di
estrema scarsità di risorse pubbliche, rende ancora più incerto il
quadro decisionale in cui si colloca, con gravi rischi di “stop and go”.
2. Il ritorno finanziario appare trascurabile, anche con scenari molto ottimistici.
Le
analisi finanziarie preliminari sembrano coerenti con gli elevati costi
e il modesto traffico, cioè il grado di copertura delle spese in conto
capitale è probabilmente vicino a zero. Il risultato dell’analisi
costi-benefici effettuata dai promotori, e molto contestata, colloca
comunque l’opera tra i progetti marginali.
3. Ci sono opere con ritorni certamente più elevati: occorre valutare le priorità
Risolvere
i fenomeni di congestione estrema del traffico nelle aree metropolitane
così come riabilitare e conservare il sistema ferroviario "storico"
sono alternative da affrontare con urgenza, ricche di potenzialità
innovativa, economicamente, ambientalmente e socialmente redditizie.
4. Il ruolo anticiclico di questo tipo di progetti sembra trascurabile.
Le
grandi opere civili presentano un’elevatissima intensità di capitale, e
tempi di realizzazione molto lunghi. Altre forme di spesa pubblica
presenterebbero moltiplicatori molto più significativi.
5. Ci sono legittimi dubbi funzionali, e quindi economici, sul concetto di corridoio.
I
corridoi europei sono tracciati semi-rettilinei, con forti significati
simbolici, ma privi di supporti funzionali. Lungo tali corridoi vi
possono essere tratte congestionate alternate a tratte con modesti
traffici. Prevedere una continuità di investimenti per ragioni
geometriche può dar luogo ad un uso molto inefficiente di risorse
pubbliche, oggi drammaticamente scarse.
Bilancio energetico-ambientale nettamente negativo.
Esiste
una vasta letteratura scientifica nazionale e internazionale, da cui si
desume chiaramente che i costi energetici e il relativo contributo
all’effetto serra da parte dell’alta velocità sono enormemente acuiti
dal consumo per la costruzione e l’operatività delle infrastrutture
(binari, viadotti, gallerie) nonché dai più elevati consumi elettrici
per l’operatività dei treni, non adeguatamente compensati da flussi di
traffico sottratti ad altre modalità. Non è pertanto in alcun modo
ipotizzabile un minor contributo all’effetto serra, neanche rispetto al
traffico autostradale di merci e passeggeri. Le affermazioni in tal
senso sono basate sui soli consumi operativi (trascurando le
infrastrutture) e su assunzioni di traffico crescente (prive di
fondamento, a parte alcune tratte e orari di particolare importanza).
Risorse sottratte al benessere del Paese
Molto
spesso in passato è stato sostenuto che alcuni grandi progetti
tecnologici erano altamente remunerativi e assolutamente sicuri; la
realtà ha purtroppo dimostrato il contrario. Gli investimenti per grandi
opere non giustificate da una effettiva domanda, lungi dal creare
occupazione e crescita, sottraggono capitali e risorse all’innovazione
tecnologica, alla competitività delle piccole e medie imprese che
sostengono il tessuto economico nazionale, alla creazione di nuove
opportunità lavorative e alla diminuzione del carico fiscale. La nuova
linea ferroviaria Torino-Lione, con un costo totale del tunnel
transfrontaliero di base e tratte nazionali, previsto intorno ai 20
miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e
forse anche di più, per l’inevitabile adeguamento dei prezzi già
avvenuto negli altri tratti di Alta Velocità realizzati), penalizzerebbe
l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso
ordine all’entità della stessa manovra economica che il Suo Governo ha
messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria
che il Paese attraversa. è legittimo domandarsi come e a quali
condizioni potranno essere reperite le ingenti risorse necessarie a
questa faraonica opera, e quale sarà il ruolo del capitale pubblico.
Alcune stime fanno pensare che grandi opere come TAV e ponte sullo
stretto di Messina in realtà nascondano ingenti rischi per il rapporto
debito/PIL del nostro Paese, costituendo sacche di debito nascosto, la
cui copertura viene attribuita a capitale privato, di fatto garantito
dall’intervento pubblico.
Sostenibilità e democrazia
La
sostenibilità dell’economia e della vita sociale non si limita
unicamente al patrimonio naturale che diamo in eredità alle generazioni
future, ma coinvolge anche le conquiste economiche e le istituzioni
sociali, l’espressione democratica della volontà dei cittadini e la
risoluzione pacifica dei conflitti. In questo senso, l’applicazione di
misure di sorveglianza di tipo militare dei cantieri della nuova linea
ferroviaria Torino-Lione ci sembra un’anomalia che Le chiediamo
vivamente di rimuovere al più presto, anche per dimostrare all’Unione
Europea la capacità dell’Italia di instaurare un vero dialogo con i
cittadini, basato su valutazioni trasparenti e documentabili, così come
previsto dalla Convezione di Århus2.
Per
queste ragioni, Le chiediamo rispettosamente di rimettere in
discussione in modo trasparente ed oggettivo le necessità dell’opera.
Non
ci sembra privo di fondamento affermare che l’attuale congiuntura
economica e finanziaria giustifichi ampiamente un eventuale ripensamento
e consentirebbe al Paese di uscire con dignità da un progetto inutile,
costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per
evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata
solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita
del Paese.
Con viva cordialità e rispettosa attesa,
Sergio Ulgiati, Università Parthenope, Napoli
Ivan Cicconi, Esperto di infrastrutture e appalti pubblici
Luca Mercalli, Società Meteorologica Italiana
Marco Ponti, Politecnico di Milano
Riferimenti bibliografici: cfr. http://www.lalica.net/Appello_a_Monti
Note
1 L'accordo del 2001 tra Italia e Francia, ratificato con Legge 27 settembre 2002, n. 228, prevede all'art. 1 che "I
Governi italiano e francese si impegnano (…) a costruire (…) le opere
(…) necessarie alla realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario
merci-viaggiatori tra Torino e Lione la cui entrata in servizio dovrebbe
avere luogo alla data di saturazione delle opere esistenti."
Non ostante la prudenza contenuta in questo articolo, i Governi
italiani succedutisi hanno fatto a gara per dimostrare che la data di
saturazione della linea storica era dietro l'angolo. I fatti hanno
dimostrato il contrario, ma – inspiegabilmente - non vi sono segnali di
ripensamento da parte dei decisori politici.
Intervista a Messina, Tempostretto.it
Gianni Vattimo a Tempostretto.it: «Se i giovani non leggono più Platone finiranno per abbandonarsi al rincoglionimento mentale»
«Destra e sinistra? Sì, sono ancora diverse. La Destra è natura, la Sinistra è cultura».
«Le proteste in Val di Susa? Quanno ce vo', ce vo'».
«Se qualcuno mi domanda perché sono cristiano, rispondo semplicemente: “perché non vedo nessuna ragione per non esserlo”».
Domenica, 22 gennaio, 2012, Tempostretto.it. Di CLAUDIO STAITI
Venerdì 20 Gennaio, presso la Facoltà di Scienze della Formazione di
Messina, si è tenuto un incontro organizzato dall’associazione Marx XXI e dal Centro Studi Galvano della Volpe.
Occasione, la presentazione del libro “Un Nietzsche italiano”, del
ricercatore dell’Università di Urbino, Stefano Azzarà, sulla presenza di
Nietzsche nel pensiero di Gianni Vattimo e sullo sdoganamento
dall’etichetta di pensatore di destra che Nietzsche ha avuto per larga
parte del ‘900. A margine dell’incontro-dibattito, introdotto e moderato
dal prof. Carmelo Romeo dell’Università di Messina, Tempostretto.it ha avuto il piacere di porre qualche domanda proprio al filosofo torinese Gianni Vattimo.
Sembra tramontata la figura del filosofo “portatore di
verità”. Chi è oggi il filosofo? Trova che sia minacciato dalla frenesia
della società attuale?
Il filosofo intanto è colui che fa professione di filosofia,
cioè colui il quale continua a leggere brani della tradizione
filosofica, li rende comprensibili agli altri, li traduce, e ne scrive
di propri. E può anche scrivere delle critiche alle idee di verità e lo
fa, al giorno d’oggi, cercando di rispondere a delle problematiche
attuali. Perciò il filosofo è colui che guarda al presente e alle sue
esigenze, utilizzando però una tradizione testuale che va sotto il nome
di ‘filosofia’. Naturalmente ciascuno poi ha di quest’ultima la propria
definizione... Non credo che la professione del filosofo sia
minacciata... Certamente la minacciano coloro i quali pensano che non
debba più essere insegnata nelle scuole, a vantaggio della matematica e
dell’informatica. Se i giovani non leggono più Platone e tutti gli altri filosofi, saranno più facilmente preda dei propagandisti e finiranno, passatemi il termine, per abbandonarsi ad un puro e semplice rincoglionimento mentale.
Il filosofo del "pensiero debole" come si rapporta alla politica?
Il filosofo del pensiero debole è uno che sostiene che l’unico modo
di emanciparsi per l’uomo non sia quello di cercare di realizzare un
ideale prestabilito, “Vivi una vita vera!”, “Sii uomo!”, ma di ridurre
la violenza che si impone contro le libertà, per esempio quella
dell’eutanasia, quella della libera iniziativa se vogliamo ecc... Fa tutto ciò che credi sia giusto finché non ti scontri con le libertà dell’altro.
Credo che il pensiero debole sia una forte teoria dell’emancipazione
attraverso l’indebolimento, teoria diversa dal “non c’è niente da fare,
stiamocene tranquilli”. Non sono così disperato da non fare più niente.
Qualche volta mi viene la tentazione di pensare “sto lì, mi godo la mia
pensione” ma mi dispiace e cambio subito idea.
La teoria del pensiero debole non prevede la violenza, eppure
lei stesso è vicino alle proteste No Tav in Val di Susa e, in questi
giorni (20 Gennaio ndr), i blocchi stradali in Sicilia si stanno
ripercuotendo sull’economia locale...
Bloccare le autostrade in Val di Susa per protestare contro la Tav è
una “violenza” legittimissima, Si può rispondere alla romana: “quanno ce
vo', ce vo'”. (ride) Il problema è stabilire “quanno ce vo'”. E’
controproducente o produttivo? E’ un po’ come far saltare la Casa
Bianca. Io, se potessi, lo farei... Ma se questo dovesse dare luogo ad
un bombardamento atomico di tutta l’Europa, preferirei di no... si
sceglie il male minore, si scelgono degli obiettivi e dei mezzi
sufficientemente persuasivi per richiamare l’attenzione. Gli scioperi,
le proteste sono questo.
Lei si definisce “comunista”. Come riesce a conciliare questo
suo desiderio di approdo a quel tipo di società con l’idea attuale di
“sinistra”, per alcuni, termine anacronistico e fuorviante?
Io vedo ancora una diversità fra destra e sinistra. E se devo
definirle, penso che la destra è quella che vuole utilizzare differenze
naturali a scopo di sviluppo e la sinistra è quella che vuole correggere
tali differenze in modo da mettere tutti in condizione di competere
sportivamente. Questa secondo me è una differenza fondamentale. La
destra è sempre tendenzialmente razzista, darwiniana, “vinca il più
forte”, e invece la sinistra deve tendere al rimedio. La sinistra è cultura, la destra è natura.
La destra è naturalista, la sinistra è culturalista. E il comunismo è,
come dire, l’unico ideale di società che riesco a coltivare, volete che coltivi un’ideale di società che produce di più e per pochi?
Tutte le società molto evolute, come gli Stati Uniti, sono anche
società di gente esclusa. Sono comunista perché guardo ad un progresso
tecnologico controllato da un potere popolare. Laddove c’è solo una di
queste due componenti non si attua realmente il comunismo, mettere
insieme le due cose è lo stesso ideale di Lenin...
L’uomo moderno sembra perdere sempre più certezze. L’annuncio
Nietzschiano “Dio è morto” può considerarsi come l’avvio di questo
processo? E lei come mai si professa “cristiano”?
Quando Nietzsche dice che Dio è morto, dice che è morto il Dio
morale, il Dio come garanzia suprema di un ordine oggettivo per l’uomo. E
poi, in un'altra parte, aggiunge che adesso che Dio è morto, è ora che
arrivino molti dei e cioè nuove e più numerose prospettive di vita,
criteri di esistenza. Come è noto, io continuo a professarmi cristiano.
Come mai? Se qualcuno mi domanda perché sono cristiano, rispondo semplicemente: “perché non vedo nessuna ragione per non esserlo”.
Le ragioni per non essere cristiano sarebbero l’autoritarismo papale,
la pretesa di comandare sulle leggi, la pretesa di non pagar le tasse?
Senza di questo mi è simpatico Gesù Cristo, sono cresciuto così. Se mi
offrite delle buone ragioni per non esserlo, ditemelo, ma quelle ragioni
qui non sono sufficienti. Anzi, posso essere antipapale ma col Vangelo
in mano.
domenica 22 gennaio 2012
Tecnici, sinistra, democrazia
"I tecnici uccidono la democrazia e gli ex comunisti li benedicono"
Il filosofo Gianni Vattimo: «Perché mai il Pd è diventato così reazionario da accettare Monti & C?»
Il Secolo d'Italia, 21 gennaio 2012
Il Secolo d'Italia, 21 gennaio 2012
di Federico Callegaro
L'occidente è stato investito da una gigantesca crisi finanziaria ma la finanza, anziché ridimensionare il suo potere, ha iniziato a esercitare un ruolo ancora più centrale e diretto. Che idea ha di ciò che sta accadendo?
È finita un'epoca di dominio imperialistico tradizionale e si è stabilito una sorta di governo mondiale di tipo tecnico in cui non si capisce bene chi sia a comandare. Un tempo si poteva dire "sparate sui padroni" ma ora come li si individua? Questa è una forma di realizzazione della neutralizzazione di cui parlava Carl Schmitt. Non c'è uno che sia amico o nemico ma c'è un sistema che si autoregola a seconda di norme che sono quelle dei bilanci. Ho anche l'impressione che ci si trovi in una situazione che sfugge al controllo democratico. È vero che i capi carismatici e i politici possano far ridere ma almeno con loro si sa con chi prendersela, invece adesso ci troviamo di fronte ad un'entità e la cosa ci riguarda come cittadini perché ci sfugge sempre di più la possibilità di determinare un controllo.
Nel novero di queste "entità" può rientrare anche l'Unione europea?
L'Europa è una di questi enti astratti che approva o non approva il nostro bilancio e si noti che c'è pure il sospetto che dietro di lei si nascondano solo alcune potenze più potenti di altre come Francia o Germania. La tendenza globale, che riguarda anche tutti questi organi, va verso l'idea di tecnicizzare sempre di più i meccanismi in modo che non si debba valutare contro chi o in favore di chi ma semplicemente si badi al funzionamento dei meccanismi stessi. Personalmente come cittadino ma anche come filosofo sono turbato perché mi sembra di vedere ciò che Heidegger aveva descritto come Gestell, come tutto l'insieme del funzionamento in cui non si capisce chi fa funzionare cosa e soprattutto perché.
Se il tecnico è soltanto il meccanico del sistema c'è possibilità che riesca a dialogare con le parti sociali?
Il tecnico nasce proprio per sottrarsi al dialogo. L'idea dei tecnici è questa: togliamo il peso delle logiche elettorali dal funzionamento perché con esse non si riesce a fare un ragionamento a lunga scadenza. Se in passato la figura del tecnico compariva solo nei periodi di emergenza, adesso sta diventando un qualcosa di accettato con normalità.
Nonostante quanto detto, sembrerebbe che i cittadini percepiscano i tecnici come un male minore. Come mai?
Basti pensare a cosa è stato detto durante tutta questa crisi: se le banche falliscono anche tutti i nostri risparmi vanno persi, non si riusciranno più a pagare gli stipendi e via dicendo. In questo modo siamo stati tutti coinvolti nel funzionamento del meccanismo, che è tanto più potente quanto più è integrato. Siamo tutti sulla stessa barca e diventa difficile ribellarsi.
Perché i partiti sono diventati così remissivi nei confronti dei tecnici? Perché il Pd non fa opposizione e sostanzialmente non chiede nemmeno nuove elezioni? Perché mai gente che ha militato nel Pci è diventata così reazionaria da accettare certe logiche? Secondo me perché non sono manipolatori dell'opinione pubblica ma sono anche loro manipolati. Credo che si sia tutti vittime del terrorismo mondiale. Non quello bombarolo ma quello mediatico...
Non c'è rischio di uno scoramento progressivo dei cittadini nei confronti della democrazia?
Certo, questo è un naturale portato di una situazione del genere. Ma mi chiedo, la democrazia è un regime eterno? Io ci credo sempre di meno. D'altronde una democrazia in cui se non hai mezzo miliardo non riesci a farti eleggere, che democrazia è?
Se le maglie del sistema sono così strette e chi lo guida è sordo per definizione, cosa resta da fare ai cittadini?
"Che fare?", diceva Lenin. Io ho l'impressione che convenga fare gesti vitali di piccole resistenze marginali. Questo perché la stessa idea di un sistema universale di trasformazione, una rivoluzione mondiale, non viene in mente a nessuno. Oggi non siamo nelle condizioni del proletariato di Marx che non aveva nulla da perdere. Coltivo l'illusione No Tav, una forma di anarchismo diffuso che non cambia il sistema ma che lo umanizza rendendolo lottabile. Si tratta di ritrovare uno spirito esistenzialistico che ci può rendere autentici in questo mondo e che non ci faccia vivere come delle pietre. D'altronde sollevare vuole dire anche sollevarsi.
Qual è il compito di un intellettuale in un mondo di tecnici?
Sono convinto che come intellettuale debba predicare il conflitto in tutti i momenti possibili, alla faccia della pace ma d'altronde "la pace è la tranquillità dell'ordine". Poi, forse per l'età, non riesco a vedere un futuro ma solo un dovere a breve scadenza, quello di configgere e stimolare il conflitto. Questo lo si deve fare per respirare.
A Messina
Vattimo e Marramao a Messina
Nuovosoldo.it, di Sostine Cannata
È andato avanti fino alle nove l’incontro con Gianni Vattimo e Giacomo
Marramao alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di
Messina, organizzato dall’associazione Marx XXI e dal Centro Studi
Galvano della Volpe. Occasione, la presentazione del libro del
ricercatore dell’Università di Urbino, Stefano Azzarà, sulla presenza di
Nietzsche nel pensiero di Vattimo e sullo sdoganamento dall’etichetta
di pensatore di destra che Nietzsche ha avuto per larga parte del ‘900.
L’incontro-dibattito è stato introdotto e moderato dal prof. Carmelo
Romeo dell’Università di Messina, che ha sottolineato l’importanza di
questo dibattito e della stessa presenza dei due importanti filosofi e
pensatori, sottolineando anche come il libro di Azzarà “Un Nietzsche italiano.
Gianni Vattimo e le avventure dell’oltreuomo rivoluzionario” getti
nuova luce sul pensiero filosofico complessivo “vattimiano”...
domenica 15 gennaio 2012
Messina, il Nietzsche italiano
Per chi fosse interessato a partecipare,
ecco la locandina della presentazione del libro di Stefano G. Azzarà.
Tutte le informazioni sul suo blog Materialismo storico.

Legge ammazza-cani in Romania, primo successo
Un articolo de Il Fatto Quotidiano (Alessio Pisanò) sulla famigerata legge ammazza-cani in Romania contro la quale stiamo combattendo in Europa.
La Corte Costituzionale rumena boccia la legge ammazza-cani approvata da Bucarest a novembre
che prevedeva la possibilità di praticare l’eutanasia ai randagi
malati, aggressivi o pericolosi dopo soli tre giorni dalla loro cattura.
La decisione dell’alta Corte arriva dopo che la Romania è stata
travolta dall’ondata delle proteste della comunità animalista
internazionale. Adesso la tanto contestata legge torna in Parlamento per
le dovute modifiche.
Possono tirare un sospiro di sollievo i randagi rumeni che hanno rischiato di finire ‘sulla ghigliottina’ per una legge contestata tanto dentro che fuori i confini nazionali. La Corte Costituzionale nazionale ha infatti giudicato incostituzionali due articoli del testo legislativo (8 voti contro 1) che prevedeva la possibilità di sopprimere i cani malati, aggressivi o pericolosi dopo soli tre giorni dalla loro cattura, senza specificare come le amministrazioni comunitarie avrebbero potuto prendere questa decisione, e lasciando assolutamente vago anche il concetto di “consultazione popolare” prevista per la soppressione di cani non malati né pericolosi dopo 30 giorni.
Adesso la legge torna al parlamento rumeno, che l’aveva approvata il 23 novembre scorso, dove dovrà essere discussa dal Senato e poi di nuovo dalla Camera, per poi tornare all’esame dei giudici costituzionali. Soddisfatti gli animalisti dell’associazione Vier Pfoten che avevano dato mandato alla Corte di intervenire, con l’appoggio di 120 deputati dell’opposizione, sicuri dell’incostituzionalità della legge. Un testo che aveva attirato sulla Romania gli sguardi scandalizzati degli animalisti di tutta Europa e della stessa Bruxelles. Alcuni eurodeputati (tra cui gli italiani Andrea Zanoni, Sonia Alfano, Niccolò Rinaldi e Gianni Vattimo) avevano addirittura chiesto al Commissario Ue competente, il maltese John Dalli, di intercedere con il Presidente rumeno Traian Basescu affinché non promulgasse questa legge. Sempre a Bruxelles il 7 dicembre, l’Oipa (International organization for animal protection) insieme a Zanoni hanno consegnato alla Commissione europea una petizione di 113 mila firme che chiedeva all’Ue azioni urgenti contro l’uccisione di cani e gatti randagi in tutta Europa.
Secondo gli animalisti, il testo di legge così come scritto oggi, avrebbe spinto indirettamente i sindaci a optare per la soppressione dei randagi viste le difficoltà introdotte sia a tenere gli animali nei canili che ad adottarli. Ad esempio non era previsto nessun finanziamento per aiutare i Comuni a costruire e gestire i canili, e per chi fosse stato interessato ad adottare un cane avrebbe dovuto pagare una tassa, registrarlo in un apposito registro, dotare l’animale di apposito microchip, dimostrare di avere i mezzi finanziari e il giusto spazio per tenerlo e perfino chiedere il permesso dei vicini di casa (nel caso si adottassero più di due animali). Insomma tutti criteri probabilmente buoni sulla carta ma che difficilmente si sposano con le condizioni economiche della maggior parte dei cittadini rumeni.
E tutto questo, secondo le autorità rumene, solo per risolvere l’annoso problema del randagismo. Una scusa bella e buona, secondo gli animalisti, che servirebbe solo a nascondere il business dei “boiacani” che, secondo Save the Dogs “si arricchiscono catturando ed uccidendo i randagi romeni”. Secondo l’associazione Four Paws,
infatti, ci sono ben altri metodi per contenere il fenomeno del
randagismo, come ad esempio la sterilizzazione e la vaccinazione. Sono
ben 8292 i randagi così trattati dai volontari dell’associazione nel
corso del 2011 in Romania (5122), Lituania (1437) e Bulgaria (1200).
In Europa, intanto, si sta lavorando ad una nuova ‘Strategia sul benessere degli animali’ che dovrebbe essere messa a punto nei primi mesi del 2012 e che terrà in considerazione quanto sancito dall’articolo 13 del Trattato di Lisbona che definisce gli animali come “esseri senzienti” e quindi portatori dei relativi diritti. Ma per mettere definitivamente la parola fine alla legge sui randagi in Romania, bisognerà però aspettare ancora qualche mese.
| Romania, un cassonetto dove vengono gettati i cani randagi (foto Oipa) |
Possono tirare un sospiro di sollievo i randagi rumeni che hanno rischiato di finire ‘sulla ghigliottina’ per una legge contestata tanto dentro che fuori i confini nazionali. La Corte Costituzionale nazionale ha infatti giudicato incostituzionali due articoli del testo legislativo (8 voti contro 1) che prevedeva la possibilità di sopprimere i cani malati, aggressivi o pericolosi dopo soli tre giorni dalla loro cattura, senza specificare come le amministrazioni comunitarie avrebbero potuto prendere questa decisione, e lasciando assolutamente vago anche il concetto di “consultazione popolare” prevista per la soppressione di cani non malati né pericolosi dopo 30 giorni.
Adesso la legge torna al parlamento rumeno, che l’aveva approvata il 23 novembre scorso, dove dovrà essere discussa dal Senato e poi di nuovo dalla Camera, per poi tornare all’esame dei giudici costituzionali. Soddisfatti gli animalisti dell’associazione Vier Pfoten che avevano dato mandato alla Corte di intervenire, con l’appoggio di 120 deputati dell’opposizione, sicuri dell’incostituzionalità della legge. Un testo che aveva attirato sulla Romania gli sguardi scandalizzati degli animalisti di tutta Europa e della stessa Bruxelles. Alcuni eurodeputati (tra cui gli italiani Andrea Zanoni, Sonia Alfano, Niccolò Rinaldi e Gianni Vattimo) avevano addirittura chiesto al Commissario Ue competente, il maltese John Dalli, di intercedere con il Presidente rumeno Traian Basescu affinché non promulgasse questa legge. Sempre a Bruxelles il 7 dicembre, l’Oipa (International organization for animal protection) insieme a Zanoni hanno consegnato alla Commissione europea una petizione di 113 mila firme che chiedeva all’Ue azioni urgenti contro l’uccisione di cani e gatti randagi in tutta Europa.
Secondo gli animalisti, il testo di legge così come scritto oggi, avrebbe spinto indirettamente i sindaci a optare per la soppressione dei randagi viste le difficoltà introdotte sia a tenere gli animali nei canili che ad adottarli. Ad esempio non era previsto nessun finanziamento per aiutare i Comuni a costruire e gestire i canili, e per chi fosse stato interessato ad adottare un cane avrebbe dovuto pagare una tassa, registrarlo in un apposito registro, dotare l’animale di apposito microchip, dimostrare di avere i mezzi finanziari e il giusto spazio per tenerlo e perfino chiedere il permesso dei vicini di casa (nel caso si adottassero più di due animali). Insomma tutti criteri probabilmente buoni sulla carta ma che difficilmente si sposano con le condizioni economiche della maggior parte dei cittadini rumeni.
E tutto questo, secondo le autorità rumene, solo per risolvere l’annoso problema del randagismo. Una scusa bella e buona, secondo gli animalisti, che servirebbe solo a nascondere il business dei “boiacani” che, secondo Save the Dogs “si arricchiscono catturando ed uccidendo i randagi romeni”. Secondo l’associazione Four Paws,
infatti, ci sono ben altri metodi per contenere il fenomeno del
randagismo, come ad esempio la sterilizzazione e la vaccinazione. Sono
ben 8292 i randagi così trattati dai volontari dell’associazione nel
corso del 2011 in Romania (5122), Lituania (1437) e Bulgaria (1200).In Europa, intanto, si sta lavorando ad una nuova ‘Strategia sul benessere degli animali’ che dovrebbe essere messa a punto nei primi mesi del 2012 e che terrà in considerazione quanto sancito dall’articolo 13 del Trattato di Lisbona che definisce gli animali come “esseri senzienti” e quindi portatori dei relativi diritti. Ma per mettere definitivamente la parola fine alla legge sui randagi in Romania, bisognerà però aspettare ancora qualche mese.
Precedenti di questo articolo
Romania, passa la legge "ammazza-cani"
Il randagismo si trasforma in business
giovedì 29 dicembre 2011
Gli economisti di Torino contro la manovra
Crisi: cresce il "partito" degli economisti che bocciano Monti
(AGI) - Roma, 26 dic. - Si infoltisce la schiera degli
economisti che bocciano la manovra del governo Monti e
chiedono, per uscire dalla crisi, misure per favorire la
crescita. Decine di adesioni nel mondo accademico alla
lettera-appello al premier Monti promossa dal professor Gustavo
Piga, dell'Università di Roma Tor Vergata, che tra le pieghe
delle norme europee ha trovato un riferimento preciso per cui
per l'Italia oggi in recessione, "raggiungere il bilancio in
pareggio nel 2013 - che peggiora la recessione e non ci aiuta
con i mercati e con gli spread - non è più necessario. Monti
si appelli alla normativa per negoziare con Bruxelles e con il
Consiglio Europeo una politica fiscale meno recessiva", in modo
tale che al nostro paese, "a causa di una grave recessione
economica", venga riconosciuta "la possibilità di superare il
valore di riferimento del rapporto disavanzo pubblico-PIL in
via eccezionale e temporanea, restando il rapporto vicino al
valore di riferimento". Anche per il sito Sbilanciamoci, che
nelle passate settimane ha proposto una 'controFinanziaria',
"è un'altra manovra quella di cui ha bisogno il nostro paese: è necessario ridurre le spese militari e cancellare le grandi
opere; bisogna inserire la tassazione dei patrimoni e delle
rendite. Con i soldi raccolti - oltre che ridurre il debito -
bisogna salvaguardare i redditi, le pensioni, i risparmi;
bisogna investire nell'economia verde e nelle 'piccole opere'; è necessario mettere in campo un piano straordinario per il
welfare in cui ci siano gli ammortizzatori sociali per i
precari, servizi sociali, interventi per la scuola e
l'università. Si tratta di uscire da questa crisi in in un
modo diverso da quello con cui ci si era entrati: ecco perché
serve una svolta, subito, sia nella richiesta di politiche
europee diverse da quelle - restrittive e fatte di soli tagli -
sia nella messa in campo di interventi a livello nazionale che
costituiscano un vero e proprio piano di investimenti pubblici
per un'economia che metta al centro i beni ed i consumi
pubblici, la coesione sociale, il sostegno allo sviluppo
locale".
Sulle orme di un'analoga iniziativa lanciata in
Francia da Susan George, Francois Chesnais, Etienne Balibar,
"Rivolta il Debito" lancia un appello per un "Audit pubblico
dei cittadini sul debito. Vogliamo rivedere in profondita'
l'entità del debito pubblico italiano per impostare un'altra
politica economica alternativa a quella avanzata dai vari
governi che si sono succeduti in questi anni e improntata alla
redistribuzione della ricchezza, alla valorizzazione dei beni
comuni, del lavoro, del welfare, dell'ambiente contro gli
interessi del profitto e della speculazione finanziaria". Tra i
primi mille firmatari: Fausto Bertinotti, Salvatore Cannavò,
Massimo Carlotto, Giulietto Chiesa, Giorgio Cremaschi, Loretta
Napoleoni, Giovanni Russo Spena, Gianni Vattimo. In un'altra
lettera aperta indirizzata al presidente del Consiglio Monti,
venti docenti di economia prevalentemente dell'Università di
Torino chiedono perché la ricchezza "liquida - titoli,
depositi, investimenti finanziari - sfugga del tutto alla
manovra. E' annullata così la pretesa di equità con cui il
governo si era presentano agli italiani. In sostanza, ci sembra
che ci siano molti argomenti a favore di una tassazione con
un'aliquota non predatoria dei grandi patrimoni mobiliari, che
non ci siano validi argomenti contrari sul piano
dell'efficienza economica e che non vi siano rilevanti ostacoli
di natura tecnica tali da impedirne l'adozione".
Qui un articolo (Lo Spiffero) sulla presa di posizione degli economisti torinesi.
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