venerdì 19 agosto 2011

L'addio al pensiero debole che divide i filosofi

L’addio al pensiero debole che divide i filosofi

Ferraris e Vattimo discutono il manifesto del "New Realism" che propone di riportare i fatti concreti al centro della riflessione

Maurizio Ferraris, La Repubblica, 19 agosto 2011

Siamo ancora postmoderni o stiamo per diventare "neo realisti", ritornando al pensiero forte? Il dibattito filosofico è aperto. Grazie anche al convegno che si terrà a Bonn il prossimo anno sul "New Realism" a cui parteciperanno, fra gli altri, Umberto Eco e John Searle. Il dialogo con Vattimo (che lanciò in Italia il pensiero debole con un´antologia curata con Pier Aldo Rovatti e uscita nel 1983 dove si guardava al postmoderno come ad una chiave per la democratizzazione della società, diffondendo pluralismo e tolleranza) cerca di affrontare i punti principali della questione.

FERRARIS Gli ultimi anni hanno insegnato, mi pare, una amara verità. E cioè che il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività, non ha avuto gli esiti di emancipazione che si immaginavano illustri filosofi postmoderni come Richard Rorty o tu stesso. Non è successo, cioè, quello che annunciavi trentacinque anni fa nelle tue bellissime lezioni su Nietzsche e il "divenir favola" del "mondo vero": la liberazione dai vincoli di una realtà troppo monolitica, compatta, perentoria, una moltiplicazione e decostruzione delle prospettive che sembrava riprodurre, nel mondo sociale, la moltiplicazione e la radicale liberalizzazione (credevamo allora) dei canali televisivi. Il mondo vero certo è diventato una favola, anzi è diventato un reality, ma il risultato è il populismo mediatico, dove (purché se ne abbia il potere) si può pretendere di far credere qualsiasi cosa. Questo, purtroppo, è un fatto, anche se entrambi vorremmo che fosse una interpretazione. O sbaglio?

VATTIMO Che cos’è la "realtà" che smentisce le illusioni post-moderniste? Undici anni fa il mio aureo libretto su La società trasparente ha avuto una seconda edizione con un capitolo aggiuntivo scritto dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni. Prendevo già atto della "delusione" di cui tu parli; e riconoscevo che se non si verificava quel venir meno della perentorietà del reale che era promessa dal mondo della comunicazione e dei mass media contro la rigidità della società tradizionale, era per l’appunto a causa di una permanente resistenza della "realtà", però appunto nella forma del dominio di poteri forti – economici, mediatici, ecc. Dunque, tutta la faccenda della "smentita" delle illusioni post-moderniste è solo un affare di potere. La trasformazione post-moderna realisticamente attesa da chi guardava alle nuove possibilità tecniche non è riuscita. Da questo "fatto", pare a me, non devo imparare che il post-modernismo è una balla; ma che siamo in balia di poteri che non vogliono la trasformazione possibile. Come sperare nella trasformazione, però, se i poteri che vi si oppongono sono così forti?

FERRARIS Per come la metti tu il potere, anzi la prepotenza, è la sola cosa reale al mondo, e tutto il resto è illusione. Ti proporrei una visione meno disperata: se il potere è menzogna e sortilegio ("un milione di posti di lavoro", "mai le mani nelle tasche degli italiani" ecc.), il realismo è contropotere: "il milione di posti di lavoro non si è visto", "le mani nelle tasche degli italiani sono state messe eccome". È per questo che, vent’anni fa, quando il postmoderno celebrava i suoi fasti, e il populismo si scaldava i muscoli ai bordi del campo, ho maturato la mia svolta verso il realismo (quello che adesso chiamo "New Realism"), posizione all’epoca totalmente minoritaria. Ti ricorderai che mi hai detto: "Chi te lo fa fare?". Bene, semplicemente la presa d’atto di un fatto vero.

VATTIMO Se si può parlare di un nuovo realismo questo, almeno nella mia esperienza di (pseudo)filosofo e (pseudo)politico, consiste nel prender atto che la cosiddetta verità è un affare di potere. Per questo ho osato dire che chi parla della verità oggettiva è un servo del capitale. Devo sempre domandare "chi lo dice", e non fidarmi della "informazione" sia essa giornalistico-televisiva o anche "clandestina", sia essa "scientifica" (non c’è mai La scienza, ci sono Le scienze, e gli scienziati, che alle volte hanno interessi in gioco). Ma allora, di chi mi fiderò? Per poter vivere decentemente al mondo devo cercare di costruire una rete di "compagni" – sì, lo dico senza pudore – con cui condivido progetti e ideali. Cercandoli dove? Là dove c’è resistenza: i no-Tav, la flottiglia per Gaza, i sindacati anti-Marchionne. So che non è un verosimile programma politico, e nemmeno una posizione filosofica "presentabile" in congressi e convegni. Ma ormai sono "emerito".

FERRARIS Per essere un resistente, sia pure emerito, la tua tesi secondo cui "la verità è una questione di potere", mi sembra una affermazione molto rassegnata: "la ragione del più forte è sempre la migliore". Personalmente sono convinto che proprio la realtà, per esempio il fatto che è vero che il lupo sta a monte e l’agnello sta a valle, dunque non può intorbidargli l´acqua, sia la base per ristabilire la giustizia.

VATTIMO Io direi piuttosto: prendiamo atto del fallimento, pratico, delle speranze post-moderniste. Ma certo non nel senso di tornare "realisti" pensando che la verità accertata (da chi? mai che un realista se lo domandi) ci salverà, dopo la sbornia ideal-ermeneutica-nichilista.

FERRARIS Non si tratta di tornare realisti, ma di diventarlo una buona volta. In Italia il mainstream filosofico è sempre stato idealista, come sai bene. Quanto all’accertamento della verità, oggi c’è un sole leggermente velato dalle nuvole, e questo lo accerto con i miei occhi. È il 15 agosto 2011, e questo me lo dice il calendario del computer. E il 15 agosto del 1977 Herbert Kappler, responsabile della strage delle fosse Ardeatine, è fuggito dal Celio, questo me lo dice Wikipedia. Ora, poniamo che incominciassi a chiedermi "sarà poi vero? chi me lo prova?". Darei avvio a un processo che dalla negazione della fuga arriverebbe alla negazione della strage, e poi di tutto quanto, sino alla Shoah. Milioni di esseri umani uccisi, e io garrulamente a chiedermi "chi lo accerta?".

VATTIMO È ovvio (vero? Bah) che per smentire una bugia devo avere un riferimento altro. Ma tu ti sei mai domandato dove stia questo riferimento? In ciò che "vedi con i tuoi occhi"? Sì, andrà bene per capire se piove; ma per dire in che direzione vogliamo guidare la nostra esistenza individuale o sociale?

FERRARIS Ovviamente no. Ma nemmeno dire che "la cosiddetta verità è un affare di potere" mi dice niente in questa direzione, al massimo mi suggerisce di non aprire più un libro. Ci vuole un doppio movimento. Il primo, appunto, è lo smascheramento, "il re è nudo"; ed è vero che il re è nudo, altrimenti sono parole al vento. Il secondo è l’uscita dell’uomo dall’infanzia, l’emancipazione attraverso la critica e il sapere (caratteristicamente il populismo è a dir poco insofferente nei confronti dell’università).

VATTIMO Chi dice che "c’è" la verità deve sempre indicare una autorità che la sancisce. Non credo che tu ti accontenti ormai del tribunale della Ragione, con cui i potenti di tutti i tempi ci hanno abbindolato. E che talvolta, lo ammetto, è servito anche ai deboli per ribellarsi, solo in attesa, però, di instaurare un nuovo ordine dove la Ragione è ridiventata strumento di oppressione. Insomma, se "c’è" qualcosa come ciò che tu chiami verità è solo o decisione di una auctoritas, o, nei casi migliori, risultato di un negoziato. Io non pretendo di avere la verità vera; so che devo render conto delle mie interpretazioni a coloro che stanno "dalla mia parte" (che non sono un gruppo necessariamente chiuso e fanatico; solo non sono mai il "noi" del fantasma metafisico). Sul piovere o non piovere, e anche sul funzionamento del motore dell’aereo su cui viaggio, posso anche essere d´accordo con Bush; sul verso dove cercare di dirigere le trasformazioni che la post-modernità rende possibili non saremo d’accordo, e nessuna constatazione dei "fatti" ci darà una risposta esauriente.

FERRARIS Se l’ideologia del postmoderno e del populismo è la confusione tra fatti e interpretazioni, non c´è dubbio che nel confronto tra un postmoderno e un populista sarà ben difficile constatare dei fatti. Ma c'è da sperare, molti segni lo lasciano presagire, che questa stagione volga al termine. Anche l’esperienza delle guerre perse, e poi di questa crisi economica, credo che possa costituire una severa lezione. E con quella che affermo apertamente essere una interpretazione, mi auguro che l’umanità abbia sempre meno bisogno di sottomettersi alle "autorità", appunto perché è uscita dall’infanzia. Se non è in base a questa speranza, che cosa stiamo a fare qui? Se diciamo che "la cosiddetta verità è un affare di potere" perché abbiamo fatto i filosofi invece che i maghi?

VATTIMO Dici assai poco su dove cavare le norme dell’agire, essendo il modello della verità sempre quello del dato obiettivo. Non hai nessun dubbio su "chi lo dice", sempre l’idea che magicamente i fatti si presentino da sé. La questione della auctoritas che sancisce la veritas dovresti prenderla più sul serio; forse io ho torto a parlare di compagni, ma tu credi davvero di parlare from nowhere?

20 commenti:

Anonimo ha detto...

Cari Vattimo e Ferraris, veramente la questione che ponete e' gia' stata risolta perfettamente da un pezzo, sia dal punto scientifico, con l'avvento della meccanica quantistica, sia dal punto di vista sociale, come bene illustra la signora Ponza alla fine della commedia "Così è (se vi pare)" di Pirandello: cos'e' la verita'? "Io sono colei che vi si pare". A proposito: quando vi si parra' il momento di sospendere la fantasiosa ricerca dei fondamenti filosofici del vostro disprezzo per Berlusconi, sara' sempre piuttosto tardi. Come ben sapete, il disprezzo e' uno squisito fatto viscerale, piu' affine al meteorismo che al ragionamento.
Con molta stima, Egidio Scrimieri

GuerrillaFDT ha detto...

http://laborsadegliattrezzi.blogspot.com/2011/08/il-super-fatto.html

...non posso far altro che convincermi del fatto che il tentativo di Ferraris di superare un pensiero (che si auto-definisce) debole, sia una cura molto più pericolosa della malattia. Il sintomo della malattia post-moderna può essere il populismo. Gli effetti collaterali della cura proposta potrebbero essere addirittura simili a un nuovo assolutismo. Meglio stare attenti. È preferibile una giungla di interpretazioni a una fortezza che può decidere il Bene e il Male dell'umanità con la forza del santo-fatto-in-sè (la Verità).

GuerrillaFDT ha detto...

un riassunto della questione pensiero debole/nuovo realismo sorta questa estate http://laborsadegliattrezzi.blogspot.com/2011/08/e-la-chiamano-estate-realta-e.html

A.P. ha detto...

Non è venuto in mente a nessuno dei due che potrebbe non essere una particolare visione filosofica a determinare l'imposizione di un potere? Insomma la presupposta verità, per quanto debole o forte che sia, non è mica l'unico motore dell'azione dell'uomo. Da qui poi a collegare la situazione mondiale socio-politico-economica con il successo o fallimento di una particolare impostazione filosofica è pura follia. In realtà anche se questo sembra essere davvero l'argomento di fondo dello scambio, il vero battibecco si gioca sul campo più sottile che guarda a come una particolare visione filosofica si incastri all'interno degli sviluppi della società e da questi ne tragga più o meno convalidazione. Ma il fatto che la filosofia cerchi nelle mutande di Berlusconi l'approvazione delle sue tesi o meno non fa che constatare lo scarso stato dell'arte. Almeno a Severino e Givone piace ancora parlare di Filosofia.

Gianni Vattimo ha detto...

Capisco ciò che dice GuerrillaFDT, cioè che il punto cruciale del dibattito è il populismo. Il problema è che io non credo affatto alla connessione tra ermeneutica (postmoderno, nichilismo, pensiero debole...) e populismo.
La convinzione alla base di ciò che negli anni '80 abbiamo battezzato "pensiero debole" non è che si debba costruire/promuovere/simpatizzare con un mondo in cui la verità è fatta dal più forte (o da colui che ha il monopolio dell'informazione in Italia). La mia/nostra convizione è che in questo mondo ci siamo già. E ci siamo già da sempre. Il programma filosofico del pensiero debole - ma anche dell'ermeneutica, in quasi tutte le sue varianti italiane, tedesche, francesi, ecc. - è che a questo mondo si deve rispondere con lo smascheramento delle pretese di verità del più forte. Cioè esattamente l'opposto di ciò che ci viene attribuito.
Se si dà per scontata la connessione pensiero debole-populismo, purtroppo si dà per scontata una cosa che - semplicemente - ha poco a che fare con il pensiero debole.

Anonimo ha detto...

un aspetto che mi sembra interessante, pur se parallelo alle questioni affrontate nel dibattito, è il livore, oltre che l'inadeguatezza, presente in alcuni commenti che mi precedono. Sostanzialmente, non comprendo l'astio "scaricato" in direzione dei due filosofi, i quali mi sambra discutano in maniera estremamente sottile di una questione che, nel momento in cui riapre il problema del rapporto tra soggetto e oggetto, ci spinge a rimettere in discussione le fondamentali chiavi di lettura attraverso cui abbiamo guardato il mondo sia come scienziati sia come uomini della strada. La cosa che più mi colpisce è che piuttosto che beneficiare serenamente e criticamente degli scambi riportati in tale fondamentale dibattito, alcuni si spendano in superficiali e vanamente livorosi commenti che, perdonatemi, mi sembra rivelino una sostanziale incapacità a comprendere l'oggetto della discussione e, di riflesso, una notevole banalizzazione ed inadeguatezza dei contenuti. Bah...del resto, questa è la democrazia del web.
Cordiali saluti
Francesco Lo Presti

Antonio Saccoccio ha detto...

caro Gianni Vattimo, mi sembra evidente che le armi di Ferraris siano piuttosto spuntate. La più grande contraddizione l'ha messa in evidenza già lei demolendo l'equazione "populismo = postmoderno", equazione non solo frettolosa e fuorviante, ma - temo - forzata per ottenere facili consensi.
A mio avviso in questa disputa postmoderno, neoermeneutica e pensiero debole risultano ancora concettualizzazioni solide e attualissime. Mentre il "New Realism" sembra reggersi solo su un atteggiamento di disillusione da parte di alcuni pensatori. Tra le altre cose il pericolo è che simili idee possano trovare consensi in ambiti decisamente reazionari.

Occupandomi io del pensiero delle avanguardie novecentesche e contemporanee (sia teoricamente che praticamente nella mia attività artistica militante), vorrei porre alla sua attenzione l'importanza di estendere questo dibattito coinvolgendo un'altra dimensione: la presunta contrapposizione tra cultura postmoderna e cultura avanguardia. A mio avviso senza coinvolgere quest'ultimo aspetto la discussione è incompleta. Quasi tutto il pensiero radicale avverso al principio d'autorità e allo status quo parte da Nietzsche e prosegue nelle maggiori avanguardie del Novecento. Il postmoderno e la neoermeneutica sono l'unico chiaro approdo di queste idee di liberazione e di lotta al potere dominante.
Le lascio il link al mio articolo Postmoderno? New Realism? Serve una terza avanguardia che ho scritto proprio ieri. Spero di avere una sua opinione in merito. Ovviamente non è un saggio completo, ma sono solo alcuni piccoli appunti per lanciare la questione (che io in realtà sviluppo da anni).
Un saluto e complimenti per il blog militante :)

Antonio

Gianni Vattimo ha detto...

Caro Saccoccio,
come sa, condivido in pieno l'idea di una continuità tra le esperienze artistiche d'avanguardia e quella lignée di pensatori che riflettono sulla fine del moderno (o della metafisica, o dell'oggettività...). Una continuità che, tra l'altro, non è affatto pacifica per molti, ma che a me pare invece un presupposto importante per comprendere sia quelle esperienze artistiche, sia una parte importante del dibattito filosofico novecentesco.
In realtà, però, nel corso degli anni ho via via perso la fiducia che avevo, per esempio negli anni '60, attorno alla possibilità che un discorso solo estetico incidesse sulle condizioni storico-sociali in cui ci troviamo. E forse l'incontro con il postmoderno ha qualche responsabilità in questo disincanto nei confronti della riflessione sulle esperienze artistiche. In sostanza, se c'è qualcosa da recuperare nelle avanguardie, in particolare quelle di inizio novecento, sono proprio gli elementi meno facilmente collocabili dentro categorie artistiche o estetiche. Penso all'impegno politico che ha caratterizzato molti movimenti d'avanguardia (molti ma non tutti, appunto...). Penso all'autocomprensione degli autori dei manifesti, che credevano nel valore immediatamente politico delle proprie posizioni.
Sono d'accordo nel considerare questa come un'esigenza imprescindibile. Se oggi l'arte d'avanguardia mi dice qualcosa - e così avviene, per quanto mi riguarda - non è tanto perché essa si proponga di sconvolgere i canoni artistici tramandati, ma perché per questa via essa è in grado di proporre (produrre?) un mondo diverso.
GV

Antonio Saccoccio ha detto...

Sono anch'io assolutamente convinto dell'importanza che l'avanguardia non debba restare ancorata solo alla dimensione artistica. Anzi, ho sempre sostenuto che si possa definire avanguardia solo un movimento che abbia come obiettivi trasformazioni che partono dall'arte per giungere ad interessare ogni ambito della nostra vita. Avanguardie come Dada, Futurismo, Surrealismo, Situazionismo si occuparono di arte, ma anche di politica, costume, società.

In questa dimensione più politica, postmoderno, neoermeneutica e pensiero debole propongono, come alcune avanguardie, concettualizzazioni di "liberazione". La liberazione è quella da ogni possibile ritorno a posizioni assolutiste e autoritarie. Occorre comprendere che la verità non è di nessuno, ma esistono tante verità che si confrontano e continuamente negoziano tra loro un punto d'accordo e convivenza. Chi crede in questo sente ovviamente di dover attaccare per prima cosa i centri di potere politico, sociale e culturale di ogni paese. Come lei sostiene in "Addio alla verità", questa pars destruens è il più importante risultato di ogni scuola del sospetto. Ricordo, per collegarmi al discorso precedente, che la pars destruens, le proposte demolitrici sono anche la parte più rilevante dei movimenti di avanguardia (che sono innanzitutto movimenti “anti” e "contro" ciò che non va).
La pars costruens è obiettivamente più complessa. Dopo secoli di autoritarismo e tentativi continui di imporre una verità dall'alto, oggi ci affacciamo ad una nuova possibilità: il confronto delle nostre interpretazioni sul mondo. È evidente che non tutti siano pronti, la sfida è molto impegnativa, e c’è chi come Ferraris ad un certo punto pensa che forse sia più tranquillizzante fare un salto indietro di un paio di secoli quando non ci si poneva ancora tanti dubbi.
Ovviamente anche le interpretazioni hanno i loro limiti (tanto per riprendere un discorso caro ad U. Eco), ma ciò non toglie che noi dobbiamo oggi ancora mettere l'accento sulle interpretazioni e sul pluralismo, proprio perchè per secoli abbiamo fatto il contrario.

Inoltre, ho notato con interesse che il suo pensiero debole si sia rafforzato con il tempo, con il recupero di posizioni marxiste, seppur riviste. In pratica, è come se lei avesse notato il punto debole del pensiero debole (che risiede a mio avviso nell’incapacità di rendersi pensiero militante) e lo abbia ibridato con una delle “narrazioni” più militanti della storia del pensiero occidentale. Questo spiegherebbe anche la sua posizione di apertura alle avanguardie, che non a caso hanno sempre fatto del momento militante il momento prioritario. In pratica lei recuperando il marxismo recupera quel principio della contraddizione che sembrava tramontato con il postmoderno? Attendendo la sua risposta, le dico la mia: io credo che il postmoderno sia stato frainteso proprio perché qualcuno ha preteso di eliminare totalmente le contrapposizioni, mentre affermare che esistono tante interpretazioni dello stesso fatto non significa che le interpretazioni non debbano scontrarsi tra loro. La negoziazione non è sempre pacifica, l’importante è continuare a pensare che tutte siano interpretazioni e non verità assolute. Insomma tra la lotta in nome di un’idea e la guerra santa ce ne passa. Forse il postmoderno deve recuperare la prima, continuando ad avversare la seconda. Forse non si chiamerà più postmoderno, forse si chiamerà oltre-moderno o chissà come. Ma sarà un qualcosa che sarà passato attraverso il pensiero debole cogliendone gli spunti migliori, non potrà certo nascere rinnegandolo in toto.

un saluto!

Gianni Vattimo ha detto...

Caro Saccoccio,
Sì, concordo con ciò che lei dice sulla necessità di porre al centro il tema della contraddizione - io direi: il conflitto. La stessa retorica del "dialogo" a tutti i costi ("Sediamoci attorno a un tavolo, dialoghiamo e facciamo le riforme": è il miglior modo per non cambiare nulla) mi fa pensare che più che di dialogo ("Ma andate tutti al dialogo!") ci sia bisogno di conflitto, di rivendicazione. Davvero il dialogo ha mosso qualcosa nella (nostra) storia? Naturalmente quanto ciò sia - per così dire - hegelo-marxista è evidente.
GVattimo

Anonimo ha detto...

A proposito di "principio della contraddizione" e "dialogo a tutti i costi", vorrei chiedere ad Antonio Saccoccio come fa a dirsi a favore di una "liberazione da..ogni possibile ritorno a posizioni assolutiste e autoritarie", e al contempo a partecipare al progetto Nuova Oggettività - Popolo, Partecipazione, Destino, che come si può leggere nel link sottostante, si fonda su una "visione del mondo spiritualmente orientata"..ove fra i valori primari c'è il differenzialismo e il comunitarismo, nonchè "la convinzione che sia improcrastinabile ricercare l'esistente vero nel rispetto altrettanto vero del nostro passato".

http://nuovaoggettivita.blogspot.com/2011/09/il-libro-manifesto-nuova-oggettivita.html

Mi pare che le idee espresse qui in forma di commento, e la sottoscrizione del progetto Nuova Oggettività contrastino fortemente con quel principio aristotelico della Vecchia Oggettività universalmente noto come principio di non contraddizione.

Se poi per "principio della contraddizione" ci si vuole prendere la libertà di dire tutto e il suo contrario, allora ben venga ogni forma di realismo, nuovo o vecchio che sia.

saluti
Corrado D.

Antonio Saccoccio ha detto...

anonimo Corrado D, leggo ora il tuo (tentativo di) commento. Non so chi tu sia, che non ti fai alcun problema ad intervenire in modo tanto inopportuno quanto sgraziato, attaccandomi personalmente nel corso di una discussione che verte su ben altri temi. Se hai qualcosa di personale da dirmi, puoi farlo sul mio blog o scrivendo alla mia email (nota a tutti pubblicamente).

Vorrei capire cosa c'è che non condividi nel desiderare una "liberazione da ogni possibile ritorno a posizioni assolutiste e autoritarie". Non mi risulta che il progetto che citi e a cui ho contribuito sia contrario a questa affermazione.
Per scoprire una violazione al principio di non contraddizione nel pensiero di altri, dovresti prima comprendere, o almeno provare a comprendere, qual è il loro pensiero. Ma questo, mi pare evidente, non ti interessa minimanente. Sei piombato qui solo per provocare, infantilmente e scioccamente. Se ti fosse interessato ciò che penso, avresti chiesto spiegazioni in altro modo e in altra sede e ti saresti reso conto che c'è ben poca contraddizione in ciò che dico e faccio.
Inoltre, se vuoi provare a dimostrare la mia contraddizione, ti invito ad usare altri toni e altri argomenti. Questi, cerca di capire, mi fanno il solletico.

Anonimo ha detto...

Ma in tutto questo dialogo tra Vattimo e Ferraris, quest'ultimo cosa ha detto? Parole al vento. Ferraris che si confronta con Vattimo è apparso del tutto inconcludente. E allora, questo benedetto "New Realism", cosa vuole essere? La scoperta dell'acqua calda? Cosa dice di nuovo? Ferraris si rende conto che fa un'azione da disperato come Benedetto XIV che cerca di tappare in extremis tutte le perdite? Ferraris si rende conto che oggi lui e tutti gli accademici d'autorità stanno perdendo sempre più pezzi di potere, si rende conto che oggi io invento il mondo facendo filosofia con altre migliaia di persone su facebook senza dover redere più conto né a lui, né a tutto il resto della filosofia ufficiale? Ferrari in che mondo "reale" vive? Oggi sono i filosofi ufficiali a dover andare sul web a cercare il confronto con la gente e non il contrario. In conclusione, Ferraris si rende conto che in quest'epoca lui è tra quelli che stanno perdendo Autorità, che la sua verità non vale un soldo se non la mette a confronto. Non è più lui a dispensare verità... a meno che gli altri non clicchino su "Condividi".

Giovanni Schiava

Gian Luca ha detto...

Le posizioni contrasanti tra Vattimo e Ferraris tendono, mi pare, a confrontarsi sui presunti effetti politico-sociali che determinano, accusandosi reciprocamente l'una di determinare il populismo, l'altra l'autoritarismo. A mio avviso però ciò che dovrebbe determinare una scelta piuttosto che l'altra è la loro coerenza rispetto alla realtà. Vattimo richiamandosi a una tradizione che arriva almeno a Nietzche sostiene che ciò che l'uomo chiama realtà, non è altro che un insieme di metafore approntate per poter sopravvivere. Queste metafore non sono semplicemente l'interpretazione dei fatti, ma anche la loro stessa composizione, dal nome dato agli oggetti, finanche alla possibilità di riconoscerli come tali. Si potrebbe dire, forse, che ciò che tradizionalmente è stato interpretato come elemento passivo della conoscenza in realtà non esiste, ma è sempre frutto di attività e che, a differenza degli idealisti, anche l'io che le ordina in realtà non è unico, ma anch'esso metaforico, mentre dall'altra parte si sostiene che forse l'io non è unico, forse anche i concetti sono metaforici, ma sono reali almeno gli input e da questo dato è possibilie ricostruire una realtà con un valore di senso maggiore rispetto ad altre... non è che da questo punto di vista siamo ad una contrapposizione Kant-Hegel in salsa nietzschiana?
In ultimo mi piacerebbe riportare questo discorso su quello che mi pare essere il luogo fondamentale di questa contrapposizione vale a dire la mileto del VII secolo a.c. dove un uomo improvvisamente strappa i fenomeni dal volere e li concede alla legge, mi riferisco ooviamente ai primi filosofi ionici i quali compiono un'operazione straordinaria quale quella di leggere la realtà non più come frutto di azione volontaria della divinità, dimensione tipica del mito, ma come frutto di un insieme di leggi necessarie e suscettibili di dimostrazione. Quello che discutiamo non è forse la crisi di questo modello e il ritorno consapevole di quello precedente?

Gianni Vattimo ha detto...

Caro Gian Luca,
Se il riferimento, da una parte alla filosofia moderna, e dall'altra agli inizi greci della nostra tradizione, vuol dire che non c'è moltissimo di nuovo nella discussione, concordo con lei. Almeno nel senso che, sotto nuovi termini e figure, sono problemi antichi quelli che si ripropongono. Tuttavia non sono sicuro - anzi, mi sentirei di escludere - che la contrapposizione tra ermeneutica e realismo ripeta "esattamente" il dualismo Hegel-Kant, per non dire dei filosofi ionici. Penso per esempio alla netta presa di distanze che Ferraris articola rispetto a Kant (cfr. "Goodbye Kant") e, per quanto mi riguarda, la proposta di un discorso che, seppur simpatizzante talora nei confronti di Hegel, dice cose che francamente Hegel non poteva ancora pensare.
In sostanza, è fondamentale vedere dove nel passato si radichino i problemi attuali. Ma temo che analogie così stringenti siano impossibili.

Mauro Pastore ha detto...

Valida l'istanza dell'approdo al realismo, tuttavia a cogliere la realtà non è il pensiero ma l'intuizione. Non ha senso affermare la verità o falsità di un'intuizione, ma soltanto la sua effettività. O l'intuizione c'è, o non c'è. Ciononostante l'intuizione cerca il pensiero e il pensiero può giudicare secondo verità o falsità. La verità è fatta d'espressione, quindi non posso esser d'accordo con Ferraris, il cui realismo non è a mio avviso autentico. Eppure l'addio alla verità del professor Vattimo reca il segno di una nostalgia, per così dire. Dice addio alla verità proprio chi è legato a una concezione sbagliata della verità. Lo si vede nel tentativo impossibile di recuperare marxismo ed hegelismo. Non si può smascherare la grande illusione marxista della superiorità del proletariato e poi restare antiborghesi (magari appellandosi pure all'antropologia di R. Girard, secondo la quale la borghesia fu vittima e capro espiatorio sotto i regimi comunisti), soprattutto non si può ragionare ancora con categorie di pensiero così ristrette, come "borghese" e "proletario", dimenticandosi tutta la compessità del reale (quante borghesie? Quali borghesie? Proletari in che senso? E se ci fossero anche dei proletari borghesi?) D'altronde, ripeto, il New Realism cade in sviste colossali. Nel suo Manifesto Ferraris giunge a pretendere che il medico sappia la verità sulla malattia, dimenticando che la medicina è soltanto un rimedio, dunque presuppone soltanto una sapienza (o una scienza) sulla cura. Tutto ciò è assai indicativo. Mentre una parte in causa afferma ambiguamente che la verità non esiste, senza specificare adeguatamente a quale illusione ci si stia riferendo, l'altra parte in causa s'inventa verità inesistenti e, a quanto pare, nessuna delle due parti riesce veramente a prevalere sull'altra. Il risultato è disastroso. Con questi presupposti filosofici trionfano sia populismo che positivismo, senza che si possa fare niente. E a nulla varrà appellarsi a Marx o all'ingenuità (oltretutto mi pare che quella antica fosse gran lunga migliore di quella proposta dal professor Ferraris). Io mi permetterei allora, sia pur tanto lontano dal vostro mondo (ma non è proprio questo che vi manca, il riconoscimento di altri mondi?) di invitarvi a smettere il duello. Guardarsi attorno può essere un primo passo. Invece di affermare l'assurdo e negarlo, provate a capire se la verità, dimenticata da tutti i "potenti", non si nasconda nello sguardo di un malato di mente abbandonato in un'ospedale-lager, o magari anche sul suo semplice volto, se i suoi occhi sono chiusi dagli anestetici (e magari era anche un "borghese") - questo tanto per restare agli esempi che avevo fatto. Saluti. Mauro Pastore

Anonimo ha detto...

Do in parte ragione all'ultimo intervenuto: questo dibattito e' a tratti grossolano e slegato dai problemi che ne sono alla base. Mi riferisco anche alle lettere sul Manifesto di oggi. Quando si da una versione grottesca delle idee dell'altro e' chiaro che si esula dai termini di una disputa filosofica.
Credo anche io, come molti qui che ho letto, che la critica a Vattimo sia fumosa e a tratti strumentale. Non vedo una reale alterita' e forza nella posizione del "post- neo- realismo".
Pero' mi chido anche io: cosa ci sara' dopo il postmoderno, dopo il p. debole? Credo su questo la nostra riflessione sia tempo farla muovere.
Vittorio albonetti. Firenze

francesco muscolino ha detto...

Da quanto vengo leggendo negli articoli e da qualche breve saggio che si trova sulla rete, credo che nel Nuovo Realismo di Ferraris vi sia la forte esigenza di riaffermare i diritti di una concretezza che invece sembra svanire quando si insiste troppo sulla visione soggettiva del mondo come interpretazione. Ma, a parte questo bisogno, forse più politico e sociologico che non propriamente filosofico, non mi sembra che il ritorno al realismo tenga conto del percorso che ha portato il pensiero occidentale a istanze di superamento del realismo classico. Il quale si chiudeva, già nell’antichità, con lo scetticismo circa la possibilità da parte della soggettività umana, ovvero della filosofia, di poter controllare la correttezza delle proprie costruzioni in quanto riferite ad una realtà che poteva manifestarsi soltanto attraverso quelle stesse costruzioni. La filosofia cioè si trovò bloccata dentro la propria soggettività a causa proprio della sua fede realistica. Il superamento di quella posizione si ebbe soltanto quando Cartesio scoprì nel cogito una nuova realtà che non preesiste all’atto con cui viene conosciuta, ma coincide con esso. Qui, realtà, certezza e verità coincidono. E tutta la filosofia moderna è stata essenzialmente il tentativo di estendere il senso di questa nuova realtà dalla certezza dell’io a quella del mondo. Cosa quest’ultima che cominciò a realizzarsi con la sintesi a priori kantiana intesa come conoscenza del mondo nel momento della sua costruzione fenomenica. Di fronte al concetto di questa realtà, che consisteva nella stessa operatività del pensiero, ogni concetto di realtà indipendente dal pensare doveva manifestare la sua contraddittorietà e inconsistenza. Ma, tocca avvertire, con tale consapevolezza si era dovuto affermare un concetto del pensiero che non sarebbe mai potuto coincidere con l’essere empirico umano, bensì con l’attività trascendentale, universale e necessaria, dello stesso pensare. Né, tocca ancora ricordare, con la risoluzione della realtà nel pensiero, si veniva a perdere la “resistenza” che nella conoscenza il mondo oppone al soggetto conoscente, perché anzi è proprio questa opposizione che si costituisce come relazione fondante (sintesi a priori), la quale nel proprio realizzarsi realizza tanto il mondo da conoscere quanto il soggetto che gli si oppone. Ora dunque se si può dire che esiste un conoscere in quanto esiste una realtà da conoscere, è anche vero che non esiste realtà se non all’interno di un’ammissione consapevole di essa, anche quando si configuri come mistero ancora da svelarsi o come la più arida e stringente delle necessità che sentiamo gravare sulla nostra empirica realtà, ma dove soprattutto ogni tentativo di astrazione che si faccia da tale consapevole ammissione si svela come una più radicale presenza di essa. Ma altresì è da avvertire, forse anche con forza maggiore, che una volta risoluta la realtà nel pensare, ciò non significa che la realtà si possa sciogliere nella velleità e nel capriccio, o nella manipolazione arbitraria e artificiosa delle coscienze. Il pensare controlla se stesso attraverso la propria interna processualità con una reale oggettività che non quella esterna a cui era costretto a ricorrere il realismo. Che altro può fare persino il “realista” di fronte all’inganno, alla manipolazione, al populismo se non approfondire la conoscenza delle cose, se non ‘individuare’ sempre meglio le prove che le cose stanno in altro modo, se non sviluppare un ragionamento più approfondito nel quale controllando quanto più possibile la propria correttezza denunci la scorrettezza di quello opposto? Ah, se bastasse indicare con l’indice una realtà che stia lì fuori a metterci tutti d’accordo o a svelare l’inganno dei furbi o gli errori in cui tutti inevitabilmente ci troviamo ad aver professato! Dobbiamo invece, in un modo o nell’altro, affrontare la fatica di pensare.

Saluti. Francesco Muscolino

Paola Trombetti ha detto...

Come la maggior parte di tutti noi, so che una molecola d'acqua è formata di due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno, ho imparato a scuola a rappresentare con determinate lettere dell'alfabeto e determinati numeri questa "evidenza scientifica", posso più o meno aver osservato il fenomeno al microscopio, mi fido della comunità scientifica abbastanza da non levare le armi in nome dei diritti della soggettività. Sempre a proposito dell'acqua, sono anche convinta che essa sia un bene di tutti sul quale non voglio che qualcuno faccia profitti privati e speculi, su questo secondo aspetto dell'acqua sono persino disposta a scatenare battaglie feroci, e non voglio che ci sia un' autorità che mi imponga il suo punto di vista, magari in nome del "fatto" che il regime di libera concorrenza è più in linea con la "natura dell'uomo". Per applicare a questo esempio il linguaggio kantiano, la prima è una questione che attiene alla scienza del fenomeno, la seconda alla scienza del noumeno. La struttura della molecola riguarda la chimica ed è questione abbastanza neutra, anche se non è la realtà oggettiva e dipende comunque dagli strumenti di osservazione, dalla lingua che parliamo etc., la seconda mi riguarda come membro di una collettività, e comporta una mia presa di posizione, una mia libera scelta, per così dire mette in gioco la mia etica. Era solo un esmpio, avrei potuto anche dire che sapere com'è fatta una blastocisti è scienza dei fenomeni, essere contrari o favorevoli all'aborto rientre nel campo noumenico dell'etica, conoscere la struttura dell'uranio rientra nel primo ambito, essere contrari o favorevoli al nucleare nel secondo. La voce della Propaganda usa il megafono sul secondo ordine di questioni, e lo fa più o meno in nome di dio o delle ultime evidenze scientifiche, con la perentorietà e la prepotenza di chi ha finalmente scoperto la "realtà là fuori", di chi vorrebbe darci a bere che il vigente è il relamente esistente. Posso accettare che la scienza cerchi di descrivere e spiegare come sono fatte le cose, ma non che in suo nome mi venga detto "che cosa devo fare, che cosa devo pensare, che cosa posso sperare.". Per difendersi dalla propaganda e dal populismo, non credo sia necessario fare appello ad una verità più vera, ma alle nostre più o meno soggettive, più o meno condivise biografie, ai nostri grandi e piccoli racconti, al nostro poetico abitare nel mondo.
Saluti, Paola Trombetti

Anonimo ha detto...

Ho letto tutte le sue opere e volevo porle la seguente domanda.
Mi sembra (mi sembra) che Lei affermi di essere cristiano. Come fa dunque a conciliare il "pensiero debole" col fatto di avere una Fede che, in quanto Fede, si base su un pensiero FORTISSIMO, cioè sulla Volontà di Potenza che dice: "ci credo perchè ci voglio credere" ?

Cordiali saluti. Paolo Nesi