martedì 22 novembre 2011

Milano, transavanguardia...

La transavaguardia? L'ha inventata Nietzsche

Giovedì si apre a Milano la kermesse del movimento lanciato nel ’79 da Achille Bonito Oliva. Vattimo ne spiega il contesto

La Stampa, 22 novembre 2011

Come guardare l’arte della transavanguardia? La sua «cornice» storica è quella del post-moderno, di cui è venuto di moda dire che è morto... Ma davvero? Oppure anche qui è stata soffocata, come in tanti altri campi, la possibilità emancipativa che veniva aperta dalle nuove condizioni che facevano e fanno rabbrividire tutte le auctoritates - politiche, religiose, economiche, culturali?

Niente di meglio, per immaginare le condizioni di esistenza del ventunesimo secolo, che riferirsi a un pensatore ottocentesco che si sentiva e dichiarava «inattuale», Friedrich Nietzsche. L’insieme delle sue dottrine resta per molti aspetti un puzzle, ma almeno per alcuni elementi egli ha intravisto qualcosa che oggi si sta realizzando sotto i nostri occhi. Il fattore determinante delle nuove condizioni di esistenza, che alcuni pensatori hanno chiamato postmoderno, è la comunicazione: dalla facilità e velocità dei trasporti alle reti televisive alle autostrade informatiche. Non solo la storia contemporanea diventa sempre più cronaca - nel senso che gli eventi che accadono in ogni parte del mondo, almeno in linea di principio, possono essere, e spesso sono di fatto, conosciuti «in tempo reale». Sia i viaggi rapidi e frequenti, sia la trasmissione di informazioni rendono vicine e accessibili culture che in altri tempi di potevano accostare solo attraverso un lungo percorso, spaziale e di iniziazione ideale.

Spazio e tempo non sono due dimensioni davvero separate: per qualche ragione di cui il mondo dell’informazione ci dà continui esempi, nella società delle comunicazioni intensificate anche le culture e le memorie del passato diventano più vicine: chi guarda la televisione ha continuamente sotto gli occhi tutta la storia del cinema (riprese, ripetizioni, ritorno di mode di altri tempi) e, dato il bisogno onnivoro del mezzo di offrire agli spettatori cose «nuove», inedite, anche notizie su grandi porzioni della storia passata. L’architettura che si è chiamata post-moderna è un altro esempio di questa stessa tendenza: i casinò di Atlanta e di Las Vegas che imitano la forma di edifici greci, egizi, romani, sono solo il culmine di una tendenza generale ad attingere nel repertorio delle forme e degli stili del passato immagini capaci di intensificare la nostra esperienza del presente, conferendo alle costruzioni di oggi significati ornamentali che si realizzano proprio con l’evocazione di monumenti di altri tempi.

L’idea di Nietzsche, esposta appunto in una delle sue Considerazioni inattuali, secondo cui l’uomo di oggi si aggira nel giardino della storia come in un deposito di maschere teatrali, scegliendo liberamente questo o quello stile storico per darsi una forma e una identità, descrive il carattere di base di questa condizione. È ciò che si realizza, in termini molto banali, nella disponibilità di cucine «etniche» che ormai è diffusa in tutte le metropoli del mondo industriale. Ma, a livelli più alti o meno banali, succede lo stesso nel mondo dei valori spirituali: qualche sociologo delle religioni parla oggi, spesso con disprezzo, di «religioni à la carte», anche per stigmatizzare negativamente il carattere sempre meno rigoroso delle dottrine e delle prescrizioni etiche che le religioni portano con sé la tendenza al sincretismo, la ricerca di un rapporto semplicemente sentimentale con la trascendenza.

Il mondo post-moderno, per queste e altre ragioni (le migrazioni massicce, la fine degli imperi coloniali tradizionali e la conseguente caduta della differenza «gerarchica» tra mondo «civilizzato» e culture «primitive»; da ultimo, la fine della divisione del mondo in due blocchi rigidamente contrapposti), appare e viene vissuto sempre più come una Babele di linguaggi, stili di vita, visioni del mondo diverse. Nietzsche aveva immaginato che l’individuo capace di vivere in un mondo come questo, godendone come di una possibilità di libertà e non lasciandosene schiacciare e distruggere, dovesse essere un Overman (tedesco Uebermensch), un superuomo. Ben al di là di quello che immaginava Nietzsche, la società che si prepara per il prossimo secolo si può unicamente pensare come una società di superuomini: senza nessun tratto aristocratico e nemmeno violento, ma come un insieme di individui «obbligati» a interpretare personalmente il flusso di informazioni nel quale, lo vogliano o no, sono immersi.

Ciò che fa di questa condizione post-moderna la cornice ideale della transavanguardia è la dissoluzione, vissuta ormai a tutti i livelli, di ogni nozione di progresso lineare. E dunque anche di ogni immagine dell’avanguardia. La molteplicità di forme testimoniata dalle opere degli artisti della Transavanguardia - forse non solo documentata storicamente e criticamente, da Achille Bonito Oliva, ma in molti sensi anche ispirata dalla sua riflessione di critico e dalla sua attività di organizzatore di mostre e di eventi - è un effetto della libertà nei confronti della storia, e della «realtà» che la postmodernità ha reso possibile. Transavanguardia non significa affatto anarchia e arbitrio. Ciò che in essa testimonia questo nuovo spirito di libertà è piuttosto una sorta di amichevolezza verso il mondo, e dunque anche verso il visibile incontrato senza l’intenzione polemica, e dunque anche inimichevole, che caratterizzò tanti prodotti della pop art. Succede nella transavanguardia qualcosa di analogo a quello che si verifica nella filosofia una volta che si sia liberata dal fantasma della verità assoluta - quella che ha sempre legittimato l’intolleranza dei dogmatici - amicus Plato sed magis amica veritas. Se non siamo più sotto il dominio cupo, rassicurante ma anche fatalmente punitivo, della verita, siamo finalmente liberi di praticare la carità. Non ci sarà anche un po’ di questo nelle opere della transavanguardia? 


Sulla kermesse e i relativi incontri (io stesso sarò al Castello di Rivoli il 5 dicembre), cfr. il sito de La Stampa.

7 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Premetto che non ho ancora visto la mostra in questione e dunque non darò giudizi specifici su di essa. Mi rifaccio semplicemente a esperienze precedenti.
Mi domando in che misura la fine del progresso lineare consenta il prevalere dell'eventualità dell'arte sulla sua oggettualità. Mi si consenta un discorso anche religioso (in un certo senso): la vera opera è in un certo senso quella di Dio, che in quanto creatore non fa e per questo può. Dio crea dando senso, aprendo significati. Soltanto una creazione così non schiaccia la creatura sotto il peso, per così dire, della divinità. L'uomo invece si deve accontentare di creare a partire dal già dato. L'uomo non si limita a sensi e significati, ma afferma se stesso nell'arte (anche in quella della vita vera). Se l'arte dell'opera d'arte è finita, come lei ha affermato nella sua recente postfazione ad una sua piccola "Estetica", l'opera dell'arte vive ancora, dico io. L'opera d'arte non è la vera creazione dell'autore, la creazione è ciò che lo spinse al suo lavoro, a produrre l'opera. Nessun artista è l'artefice della materia che ha a disposizione per il proprio lavoro. Ma l'opera come semplice rimando, non necessariamente all'autore stesso (si pensi a un poema), non è pur sempre un oggetto? Eppure gli spazi per l'arte sono troppo spesso invasi da volgarità d'ogni tipo, quasi che tutto sia indifferente. Ma, così facendo, l'arte muore, o per incomunicabilità o soffocata dalle proprie eccessive oscurità. La postmodernità non è un'oasi di bene, felicità e armonia. Non dimentichiamo che i nuovi tempi a volte possono essere tanto difficili.

Saluti.

MAURO PASTORE

Gianni Vattimo ha detto...

Caro Mauro,
In realtà, a me pare che l'arte moderna e contemporanea dimostri proprio la difficoltà di pensare l'atto artistico come un processo che plasma una materia già data. Non che in un'installazione artistica non ci sia qualcosa di materiale, ma mi sembra che spesso la materialità sia ciò a cui l'artista si propone di sfuggire, qualcosa che concepisce come un limite da valicare. E' questo il motivo per cui parlo della prevalenza dell'evento (qualcosa di nuovo, radicalmente nuovo, si dà - e prima non c'era).

MAURO PASTORE ha detto...

Non stavo pensando a una materia informe da plasmare né mi riferivo alla materia in senso fisico o metafisico. Materia d'arte può esser pure lo spirito stesso. Esistono anche le creazioni dello spirito! E avevo parlato di rimandi! Mi preme ribadirlo: quella materialità che lei nonostante tutto riconosce all'installazione artistica non può essere una materia qualunque. Certo può essere anche povera cosa, può essere stata raccolta finanche dal caso... Mai però materia qualunque, nel senso che per il realizzarsi dello stesso evento artistico è necessaria una particolare materialità, la quale spesso in tanta pseudoarte o arte post-moderna non c'è, del tutto o in parte. Come se si volesse cercare di quadrare un cerchio o riempire un palloncino di chiodi. Tale velletarietà tradisce un'assurda pretesa. L'artista umano riceve qualcosa e dona qualcos'altro; ma in molta arte contemporanea il primo momento è trascurato, talora negato, in quest'ultimo caso l'arte muore. Si ignorano i limiti stessi della creatività umana. C'è davvero la mano di Nietzsche anche in questo, ma del Nietzsche Anticristo, del Nietzsche disperato ribelle, di un pensatore troppo smisurato. Senza accogliere prima il mondo, la stessa citazione del passato diventa impossibile.
Non c'è evento poetico senza una traccia verbale che lo testimoni, non c'è musica senza suono oppure assenza di suono, e così via dicendo... Se l'arte non è il mezzo che la rappresenta, è pur vero che ci dev'essere un mezzo adeguato a rappresentarla. Nel post-moderno il mezzo di rappresentazione artistica è spesso trascurato. Così l'arte resta soffocata. Ma non c'è un sol post-moderno, io penso. La modernità può condurre anche ad esiti diversi e non tutti si rivelano ugualmente fecondi. Scrivo questo anche da artista, anche se col post-moderno, coi postmoderni, ci ho voluto giocare. "Antichità, modernità..." Cosa significa? Molto dipende dal mondo nel quale si vive, dalla vita che si fa... E' stato Colombo a scoprire l'America attraversando l'Atlantico o Erik il Rosso col suo naufragio per i mari del Nord? Certo vagabondare tra i tempi, le epoche (non parlo di viaggi nel tempo, si badi), non conduce ad azzerare tutti i parametri e tutti i riferimenti storici. Tuttavia in quella che oggi si chiama "epoca postmoderna" io sono una comparsa, molti altri forse lo sono, molti altri potrebbero diventarlo. Non si tratta soltanto di scarsa simpatia per le imprese dei genovesi che invece tanto affascinarono Nietzsche (per quanto c'è da domandarsi: quanti guai portò Cristoforo Colombo e i suoi epigoni in quelle che oggi vengono chiamate "Le Americhe"? Ormai preferisco le incisioni runiche ai fasti della modernità anche se non capisco il runico...) Saluti pindarici (o ermetici?) MAURO PASTORE

Mauro Pastore ha detto...

L'artista si mette al servizio del critico e l'arte viene dematerializzata. L'arte come mimesis (della realtà esteriore, ma anche di quella interiore, come accade nell'astrattismo) se da una parte può portare a perdizione chi idoleggia l'opera, precludendogli lo spirito, dall'altra parte conduce dal nulla all'essere, vincendo il senso di vuoto tipico dei nostri tempi. La copia falsa rimanda all'originale vero laddove l'origine è preclusa. Questo l'aveva intuìto bene Schopenhauer. L'artista contemporaneo esplora i confini dell'arte nel concetto, il quale di per sé non sarebbe mai arte. Tale smaterializzazione conduce alla morte dell'arte, esempio emblematico la celebre opera "Merda d'Artista" di Piero Manzoni, opera che dovrebbe, a prescindere dal reale contenuto dei barattoli sigillati, rappresentare la fine di un intero mondo artistico, non saprei con quale consapevolezza dell'autore (scrivo alla cieca). La transavanguardia invece recupera il passato e si limita a dematerializzare. Per quanto noti che nelle opere esposte il concetto sia ancora fondamentale, vero è che esso non la fa da protagonista; tuttavia a dare un senso alle opere è la parola del critico, il quale trascende la persistente materia dandogli un significato. Il riferimento al sogno politico di Platone è d'obbligo: l'arte viene imbrigliata dal potere, rappresentato nel nostro caso da Bonito Oliva, il quale appare in un filmino a indicare, tra l'altro, i suoi propositi. Se questo avrebbe potuto avere un senso ai tempi di Platone, nel suo ambiente, oggi parimenti potrebbe avere un senso nel postmodernismo marxista. Omero non piaceva a Platone come guida dello stato, forse non piace neppure al sindaco di Milano. L'arte spesso davvero manda in rovina lo sprovveduto, allora renderla impura, se non addirittura spuria, può salvare molti, per quanto si presti meglio allo scopo la religione vera e propria. Ma questo lo si intravede appena nel progetto, che soffre di afasia, sicché bisogna collaborare e portare alla luce l'intenzioni originarie, tanto poi per esser disconosciuti e non esser compresi tra i nomi degli artisti! Non sarebbe meglio abbattere le barriere, far entrare una voce altra in questo mondo sì costipato, tanto colmo d'illusioni, troppo ignaro di quante anime serbi ancor oggi l'Occidente? Ulisse ancora dice d'esser Nessuno di fronte all'unico occhio del Ciclope e c'è ancora Penelope che l'attende nella sua Itaca. Meditate allora sulle vostre contraddizioni, sulle vostre pretese, le vostre chimere. Non esistono soltanto le greggi. Buone cose. MAURO PASTORE

Mauro Pastore ha detto...

E poi, la materia reclama i suoi diritti...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Per inciso, dato che ho citato Nietzsche: Secondo le mie ultime ricerche, in verità troppo personali e determinate per essere in tutto riproducibili o enarrabili, il famigerato libello: "L'Anticristo" / "Maledizione del Cristianesimo", con annessa inaccettabile proposta di legge contro il cristianesimo e relativa anonima-omonima firma ovvero non l'autografia di di F. W. Nietzsche, inoltre con premesso uno scritto assegnato realmente a F. W. Nietzsche, libello che appunto soltanto nel testo premesso e autografato è realmente pensiero di Nietzsche, nel resto consta, per volontà dello stesso Nietzsche, di un discorso politico rappresentante esplicitamente un pensiero di rifiuto e rivolta contro il solo falso cristianesimo propagandato nello Stato tedesco e che nonostante tutto non era sua speculazione perché lui teneva ad evitarne ritenendole troppo vili o avvilenti, mentre implicitamente assolveva da accuse il cristianesimo greco, che anzi volle imporre al suo Stato, più o meno segretamente allo scopo di ristabilire il senso del passato filoellenico dello stesso Stato.
Dunque a mio avviso il Nietzsche-Anticristo fu solo personaggio di comodo, non persona reale, una sorta di maschera cioè che lo stesso Nietzsche usò in società, quando per sopravvivere in ambienti violenti gli era necessario fingere ed anche piuttosto teatralmente. Io penso che Nietzsche volesse quindi fare del libello addirittura una opera teatrale, ma senza poi poter organizzare tale "trasformazione" a causa di sue gravi traversie personali.

Mauro Pastore

MAURO PASTORE ha detto...

Penso, riguardo a modernità, postmodernità, eventi decisivi quali il viaggio di Colombo... che Cristoforo si era accompagnato a guai che non portava lui... Certo che non fu messia, ma nei Caraibi poterono capire molte cose su molte salvezze da molti guai... Resto io più legato però ad altri eventi precedenti.

MAURO PASTORE