mercoledì 11 maggio 2011

Beata ignoranza. Recensione de "Il non-so-che e il quasi-niente" , di Vladimir Jankélévitch

Beata ignoranza
L'Espresso, 6 maggio 2011

Ciò che immediatamente incuriosisce e insieme insospettisce, del libro di Vladimir Jankélévitch uscito in questi giorni presso Einaudi (con una lucida introduzione storico-teorica di Enrica Lisciani Petrini) è anzitutto il titolo: "Il non-so-che e il quasi-niente" (pp. 500, euro 28). Pubblicato in Francia nel 1957, aveva incontrato scarsa attenzione nella cultura italiana, nonostante una prima traduzione del 1987. Per molti critici, il provocatorio titolo faceva pensare a uno scritto di ispirazione spiritualistico-edificante, quindi fatalmente reazionario, soprattutto se si pensa che le opere che uscivano negli stessi anni Cinquanta erano cariche di accenti critici o rivoluzionari: neopositivismo, esistenzialismo sartriano, marxismo. Ma reazionario Jankélévitch non era mai stato; militante del Fronte Popolare negli anni Trenta, aveva partecipato alla Resistenza, anche perché come ebreo non poteva che essere antinazista.
Questi particolari biografici contribuiscono a motivare la curiosità positiva che ci ispira il testo. Richiamare la filosofia allo studio di quella zona - della coscienza, e anche del mondo - a cui allude il titolo di Jankélévitch sembra avere una profonda attualità, e non solo per gli specialisti. Anche il lettore profano sarà affascinato dalle finissime analisi che l'autore dedica al vissuto di ogni giorno, con il proposito di cogliervi la traccia di quel non-so-che al quale sempre ci richiama l'insoddisfazione che proviamo di fronte a ogni pretesa di sapere esaustivo e cogente. Nessuna indulgenza a salti immotivati in qualche fede - Jankélévitch è anzi un partigiano dell'immanenza; ma una sorta di appello a vigilare per non lasciarsi sfuggire, nel banale quotidiano, ciò che indica in direzione di un diverso possibile ordine delle cose.

Gianni Vattimo

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