venerdì 11 febbraio 2011

Da Marchionne ad Aristotele, la lezione di Gianni Vattimo


Da Marchionne ad Aristotele la lezione di Gianni Vattimo

Se un filosofo pretende di dirvi come stanno le cose mandatelo al diavolo.

La Repubblica - Parma, 11 febbraio 2011 (di Alessandro Trentadue)

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“Un filosofo pretende di dirvi come stanno le cose? Mandatelo al diavolo”. L’invito – diretto e garbatamente irriverente – arriva da Gianni Vattimo. Lui, tra i più illustri e originali filosofi contemporanei, non risparmia quei colleghi e rivali di pensiero che si affidano a un’oggettività stabilita, e credono che le cose siano così come siamo abituati a vederle. Per Vattimo invece la filosofia non deve avere rispetto per l’Essere – cio che è – e la realtà che ci circonda. Anzi, il vero filosofo deve protestare contro l’oggettività stabilita: deve cambiare l’ordine delle cose, progettarne uno diverso. Da buon rivoluzionario del pensiero, con toni pacati e l’aria sorniona di chi argomenta sempre con ironia, Vattimo continua a difendere il suo amato esistenzialismo, dove esistere significa rivoltarsi all’ordine costituito delle cose, che non devono per forza essere – come invece sostengono quelli da mandare al diavolo – così come noi le vediamo.
Questo il tema portante di “Filosofia ed esistenza”, la lezione che Vattimo ha tenuto ieri alla Casa della Musica, inaugurando il ciclo di incontri filosofici “Pensare la vita”, progetto nato con la scommessa di stimolare in tutti – indipendentemente dal livello culturale di ciascuno – il gusto per la riflessione filosofica. Una scommessa che parte bene, vista l’affluenza al seminario di Vattimo: sala piena, più di 150 persone dentro e altrettante rimaste fuori perché sono finiti i posti a disposizione. Arrabbiate se ne vanno senza prenderla con filosofia. Dovrebbero, in realtà, perché la filosofia è un modo per non prendere troppo sul serio quello che accade sempre. Lo dice il filosofo dietro le quinte, e dopo un attimo sale in cattedra.

NATURALMENTE NO - Innanzitutto, cosa vuol dire esistere? Quesito filosofico per eccellenza. “Esistere – sostiene Vattimo – non significa affatto stare lì naturalmente”. L’esistenza è tutt’altro che adagiarsi in ciò che è dato. Sostenitore dell’esistenzialismo, Vattimo si oppone al principio fondante del naturalismo filosofico per cui, invece, noi dobbiamo accettare che le cose stanno così naturalmente, e comportarci di conseguenza.
In realtà, secondo il filosofo, molte delle cose che crediamo “naturali” per noi, non lo sono affatto per un’altra cultura o un altro paese. Ancora, più radicalmente, non lo sono nemmeno per noi in alcune circostanze. Se diciamo per esempio: “È naturale che se ho una pistola in mano io non sparo per tutte le implicazioni giuridiche e morali che il mio gesto può generare”, in una situazione in cui invece ci ritroviamo minacciati o in pericolo di vita, arriveremmo anche a usarla quella pistola.
Quindi non esiste nulla di naturale, di dato per ciò che è. L’esistenza è cambiamento, continuo progettarsi che l’individuo mette in atto a seconda delle condizioni in cui si trova. “Esistere è proprio l’opposto di stare lì naturalmente – insiste il filosofo – è piuttosto cambiare le realtà. Il vero filosofo deve protestare contro ciò che è: deve modificare l’ordine delle cose, progettarlo diversamente”.

ARISTOTELE E MARCHIONNE - Non è un caso, infatti, che l’esistenzialismo filosofico si sviluppi nei primi del ‘900, pari passo con l’impronta del sistema capitalistico-industriale marchiato Ford e Fiat (“ora meglio chiamarla Chrysler”, ammicca Vattimo). Due poteri forti che hanno stabilito un ordine oggettivo attraverso il modello del mondo basato sulla catena di montaggio. Un ordine costituito delle cose contro cui si è rivoltata l’intera intellighenzia umanistica. Dalla letteratura alla miriade di avanguardie artistiche – dadaismo, surrealismo, espressionismo, futurismo – nate proprio per opporsi all’oggettività costruita dai poteri forti, e ricercare altre forme per esprimersi e rappresentare il mondo senza limitarsi a guardarlo.

Perché, secondo la visione del filosofo, l’oggettività non è data dai fatti ma dall’interpretazione. La realtà non è ciò che appare davanti a noi, bensì la costruzione attiva del mondo che noi facciamo attraverso l’interpretazione. Ecco allora che Vattimo mette da parte il pensiero statico di Aristotele basato sulla distinzione tra fisica (il sapere di ciò che cambia) e metafisica (il sapere di ciò che non cambia), e prende invece come modello le tre domande fondamentali della filosofia poste da Kant: “cosa posso sapere?”, “cosa devo fare?”, e “cosa posso sperare?”. Sono quesiti più attinenti a quello che ci interessa come esseri esistenti capaci di provare sensazioni quali paura, rabbia e amore. “Se invece ci basassimo solo sulla distinzione aristotelica – sostiene il filosofo – l’esperienza di ciascuno di noi sarebbe insensata, e ci porterebbe a far parte del sistema oggettivo già determinato, senza possibilità di cambiarlo”. Insomma, saremmo tanti esseri “marchionnici”.

“IO STO CON I DEBOLI” - Il non accettare che l’Essere – ciò che è – sia un ordine di cose oggettivo e unico dato una volta per tutte, ma venga invece determinato dall’esperienza e dall’interpretazione di ognuno di noi prende il nome di “pensiero debole”, concetto introdotto in filosofia dallo stesso Vattimo. All’opposto, la metafisica di Aristotele – ovvero la conoscenza dell’Essere che non cambia – rappresenta il principio perfetto per chi vuole dominare: è la filosofia dei vincitori, dei forti. Mentre il pensiero dei deboli è quello della rivolta, dell’antitesi, di chi cerca di modificare l’ordine costituito delle cose. “Per questo io sto con i deboli – conclude Vattimo – perché li sento più vicini. E non perché detengono la Ragione o la Verità, ma perché sono come me: mi commuovono e mi entusiasmano più dei forti. Sto con i perdenti, insomma, e non con quel ‘Cavalier gaudente’ che ormai ha le orge contate”.

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