mercoledì 9 giugno 2010

L’unico limite alla carità è la verità

L’unico limite alla carità è la verità
Terra
di Roberta Bartolozzi (L'inkontro.info)
http://www.terranews.it/news/2010/06/l%E2%80%99unico-limite-alla-carita-e-la-verita
RIFLESSIONI. Con il filosofo torinese Gianni Vattimo affrontiamo il complesso tema del rapporto tra fede e ragione.
3 giugno 2010

Perché c’è qualcosa invece che nulla?”. È la celebre domanda posta dal filosofo Martin Heidegger nella sua famosa conferenza del 1929 dal titolo “Che cos’è la metafisica?”. È la domanda fondamentale di fronte alla quale tutti noi, religiosi o meno che possiamo considerarci, restiamo attoniti e senza risposta. Affrontiamo il tema del rapporto tra fede e ragione con Gianni Vattimo, uno dei massimi filosofi italiani.
Professor Vattimo, la filosofia ha tentato a più riprese di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio. Lo ha fatto con argomenti logici - penso ovviamente alla prova ontologica di Sant’Anselmo, ma anche al logico novecentesco Kurt Gödel - e con argomenti fattuali. Si è anche tentato il contrario, cioè di dimostrare razionalmente la non esistenza di Dio. Lei ha affermato: «Proprio non mi fa né caldo né freddo. Diciamo che il Dio di cui si dimostra o non si dimostra l’esistenza non ha niente a che fare con la parola che leggo nella Bibbia». Ci spiega questa affermazione?
Dimostrare l’esistenza di Dio o la sua non esistenza - cosa ancora più difficile - è tutto un discorso di struttura razionale dell’universo. Se Dio fosse dimostrabile non sarebbe lui. Un Dio che si può dimostrare non mi interessa. Oggi quasi nessuno di coloro che credono in Dio pensa davvero che si possa dimostrarne l’esistenza. Io mi sento legato al messaggio che leggo nell’Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento. Questo messaggio non ha bisogno di dimostrazioni nel senso che costituisce la base della mia esistenza, senza di esso non potrei neanche pensarmi. In questo ha ragione Benedetto Croce quando dice “non possiamo non dirci cristiani”. Io considero il Nuovo Testamento come il testo su cui mi sono formato e su cui si è formata anche la società occidentale.
Lei è il padre del pensiero debole in Italia. Come riesce a conciliare il suo cristianesimo con quella postmodernità che deve saper farsi carico dell’errore, del punto di vista, della mancanza di fondamenti, della intrinseca storicità del pensiero?
Mettiamola così: finalmente, siccome non c’è più la verità, possiamo esercitare la carità. La babele postmoderna è il fatto che sono caduti i meta-racconti di cui parlava Lyotard. Il nichilismo come lo descrive Nietzsche è l’apertura al rapporto interpersonale più autentico. La tradizione cattolica più dura ha sempre pensato che si poteva uccidere il prossimo in nome della verità (Amicus Plato, sed magis amica veritas, “Mi è amico Platone, ma mi è più amica la verità”), esattamente ciò che non è più possibile nella postmodernità: nel mondo babelico della molteplicità delle culture, in cui non crediamo più nemmeno che la filosofia europea sia la migliore, diventa davvero possibile esercitare la carità verso l’altro. L’unico limite alla carità è la verità. Se c’è una ragione per cui posso pensare di farmi buddista o musulmano è la Chiesa autoritaria, dogmatica che pretende di imporre i suoi principi agli Stati. Non c’è ancora stata la breccia di Porta Pia.

4 commenti:

Dannox ha detto...

Ma prima ancora della Chiesa autoritaria, non c'è il Dio autoritario?

Antonio Caputo ha detto...

Grazie per il suo pensiero professor Vattimo.

http://cosechedimentico.blogspot.com/2009/07/ma-di-tutte-piu-grande-e-la-carita.html

Claudio Simeoni ha detto...

L’idea di dio delle religioni monoteiste imposta ai ragazzi, è il prodotto del cortocircuito delle capacità empatiche delle persone di legarsi al mondo e soggettivare le tensioni emotive del mondo in cui vivono. L’incapacità di dispiegare le proprie capacità empatiche nel mondo, (capacità sviluppate e perfezionate dal feto nella pancia della madre), porta l’individuo a costruire l’immagine del padrone (dio) dal quale far dipendere il desiderio che si genera dall’incompletezza relazionale fra sé e il mondo. Pensare il mondo come estraneo da sé, porta l’individuo ad immaginare sé stesso estraneo al mondo: il dio padrone e creatore che guarda il mondo dall’alto. Se il suo vivere il mondo è determinato dalla consapevolezza razionale di essere estraneo al mondo, il suo desiderio di autopromozione lo porta a rendere reale l’idea di dio. Dio, il dio creatore, per il singolo individuo che fa dipendere il proprio desiderio da quell’idea, è un oggetto reale al di là di ogni prova (o smentita) oggettiva. Questo meccanismo, che fa dipendere la vita dell’individuo dalla dipendenza dall’idea di dio, è spiegato da alcune scuole che trattano la schizofrenia:


“... gli schizofrenici che, irriducibili alla triangolazione edipica, non sono stati presi in considerazione da Freud. Prendendo infatti <> e <> per <>, gli schizofrenici non contengono il desiderio nei limiti della rappresentazione come vorrebbe la psicoanalisi di Freud e perciò, come massima smentita del sistema freudiano, consentono di elaborare una <> dove il desiderio non è considerato come semplice produttore di immagini, ma come produttore di cose reali. Scrivono Deleuze e Guattari: “ Se il desiderio produce, produce il reale. Se il desiderio è produttore, non può esserlo se non in realtà e di realtà. [...] Il reale, ne deriva, è il risultato delle sintesi passive del desiderio come autoproduzione dell’inconscio. Il desiderio non manca di nulla, non manca del suo oggetto. E’ piuttosto il soggetto che manca al desiderio, o il desiderio che manca di soggetto, perché non c’è soggetto che per la repressione” (1972, p. 29). Dal dizionario di Psicologia di Galimberti ed Garzanti al vocabolo “desiderio”

Prima parte

Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo

Claudio Simeoni ha detto...

Seconda parte

Continua dalla prima parte:


Il desiderio di dio è un’autopromozione soggettiva attraverso l’immaginazione che, per il soggetto, diventa immagine reale. Un’immagine tanto reale da condizionare la vita e le scelte del soggetto. Questa immagine, pur non portando il soggetto ad uno stadio di debilitazione tale da richiedere il ricovero sanitario, ne condiziona tutte le scelte di vita.
Dal momento che l’uomo che desidera il rapporto con l’oggetto, soggettivamente reale, che è dio, deve necessariamente vivere e affrontare i problemi della sua vita, si adatta costruendo la sua immagine di dio anche se in antitesi a tutte le immagini di dio che hanno imposto alla sua psiche la dipendenza dall’idea stessa. Per questo molti cristiani considerano la chiesa cattolica in modo “anticlericale”. Non perché siano contro il clero, ma perché l’immagine di dio che la chiesa cattolica impone, pur costruendo la patologia desiderante, la dipendenza dall’idea e il delirio di onnipotenza che ne sta a fondamento, si scontra col bisogno del soggetto di descrivere un dio rispondente alle proprie necessità psichiche.
Questa è la difficoltà di discutere del dio dei monoteisti. Non è un oggetto reale, come per la religione Pagana è Zeus, che è l’Atmosfera, al di là di come il soggetto la percepisce (e pertanto discutiamo della sua percezione dell’oggetto, ma non della realtà dell’oggetto), ma è una produzione dell’inconscio ed è reale SOLO per quello specifico individuo.
Quando mettiamo in discussione il dio del cristiano, mettiamo in discussione il singolo cristiano che ha la sua personale idea di dio, non un dio oggettivo che può essere discusso. Mentre sui testi della bibbia, vecchi e nuovo testamento, possiamo discutere, non possiamo discutere sulle interpretazioni che il cristiano da a ciò che “vuole” leggere e “vuole” intendere.

Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo