sabato 27 febbraio 2010

CITTA(DINI) IN CONFLITTO E CITTÀ IN ASCOLTO

Invitiamo tutti voi al seguente dibattito pubblico:


CITTA(DINI) IN CONFLITTO E CITTÀ IN ASCOLTO
SABATO 27 FEBBRAIO 2010
dalle 17.30 alle 19.30
sala PASQUALE CAVALIERE
VIA PALAZZO DI CITTÀ 14 TORINO


Interventi di

Gianni Vattimo, filosofo ed europarlamentare Italia dei Valori
“Postmodernità, cittadinanza e conflitto”

Mariacristina Spinosa, consigliere regionale del Piemonte Italia dei Valori
“Siamo davvero tutti uguali in dignità e diritti? “

Alberto Quattrocolo, Presidente Associazione Me.Dia.Re.
“Conflitti, paure, solitudini, insicurezze e… qualcuno in ascolto”

Maurizio Cossa, Avvocato e Coordinatore IV Commissione Circoscrizione I
“Conflittualità in ambito legale e scarsità di risposte del sistema giuridico”

Modera l’incontro Maurizio D’Alessandro, Socio dell’Associazione Me.Dia.Re.



Informazioni:
Associazione Me.Dia.Re. Mediazione Dialogo Relazione
333-7248215 011/484794 contattami@cristinaspinosa.it

venerdì 26 febbraio 2010

NO TAV - La Storia siamo noi…

1989-2010: 21 ANNI DI OPPOSIZIONE
popolare e democratica ad un’opera inutile
Rivoli, venerdì 26 gennaio 2010 (clicca sull'immagine per visualizzare la locandina)
COMUNICATO STAMPA

NO TAV - La Storia siamo noi… adesso ve la raccontiamo
Venerdì 26 febbraio 2010Centro Congressi – Palazzo Comunale di Rivoli – Via Dora Riparia 2 (Cascine Vica) Rivoli
Un’occasione per rileggere il passato e guardare al domani.
Un pomeriggio di informazione e incontro, un’opportunità per ascoltare e per raccontare la ricchezza del movimento NO TAV.
Un happening per spiegare come la pensiamo e cosa facciamo.
La Compagnia teatrale “L’interezza non è il mio forte”, il gruppo musicale I Calvia & C., il trio di musica occitana Ascheri-Colussi-De Paoli, il canto ribelle di Olivier Cabanel accompagnano tante persone che raccontano episodi di una resistenza popolare che ha fatto e continua a fare la storia dell’opposizione dal basso in Italia e non solo …
Venerdì 26 febbraio 2010, Centro Congressi – Palazzo Comunale di Rivoli, Via Dora Riparia 2 (Cascine Vica) Rivoli
ore 15.00 accoglienza ore 16.00 – 19.00 assemblea spettacolo a cura dei Comitati No TAV: Valle Susa – Val Sangone – Gronda – Torino
www.notav.info – www.notav.eu – www.notav-valsangone.eu – www.notavtorino.org – www.ambientevalsusa.it

martedì 23 febbraio 2010

Una recensione dell'Atlante di filosofia di Elmar Holenstein

C'era Platone anche all'Equatore

di Gianni Vattimo

La Stampa - TuttoLibri, 20 febbraio 2010

Elmar Holenstein, ATLANTE DI FILOSOFIA, trad. di M.Guerra, F.Mauri, V.Sanna; introduzione di F.Farinelli; Einaudi, pp.306, € 65
L’autore insegna filosofia all’ETHdi Zurigo. Il suo «saggio-atlante» esamina i rapporti tra geografia e filosofia, per illustrare poi con le mappe il corso delle idee, nelle diverse epoche e zone del mondo(Ovest, Sud, Est, Nord). Nell’introduzione Farinelli lo definisce il primo esempio di tentativo di «atlante globale», un «progetto pilota».

Diciamolo subito, anche se il rischio ci sembra per ora remoto, giacché l’insegnamento della filosofia nei licei è destinato a vedersela brutta, in qualunque forma “modernizzata” si presenti: questo libro che sembra un atlante, e che anzi è un atlante, potrebbe sembrare il modello di un nuovo modo di insegnare la filosofia in maniera finalmente indipendente dagli schemi storicistici che abbiamo conosciuto (e apprezzato, molti di noi) nel passato. Niente più storia della filosofia ma, appunto, geografia; che dovrebbe liquidare una buona volta tutto l’eurocentrismo del nostro modo di insegnare questa disciplina ricostruendone la storia: dei movimenti, delle scuole, dei singoli pensatori.
Non sappiamo se questo sia stato l’intento del compilatore di questa amplissima enciclopedia, e dubitiamo che dal punto di vista didattico potrebbe funzionare; anche se sospettiamo di non essere i lettori adatti, forse le nuove generazioni educate alle ricerche su Internet saprebbero cavarne un autentico profitto. Insomma, qui la filosofia – ma che cosa si intende, nel libro, con questo termine? – è presentata nel quadro più ampio della evoluzione delle civiltà umana dalle origini ai nostri giorni. Un proposito che più filosofico non sin potrebbe, data l’ossessione “tutto logica” che a sempre caratterizzato i filosofi. Solo che, per l’appunto, qui il riferimento al tutto rischia di fare scomparire quasi completamente l’oggetto specifico: l’atlante è un (buono, secondo noi) sommario di storia delle culture che le segue nel loro dispiegarsi nelle varie zone del mondo.
La legittimazione di un simile approccio, come si sa, la offre il massimo filosofo moderno, Hegel, che vedeva la filosofia svilupparsi – come la storia stessa della civiltà umana – da Oriente a Occidente. E dopo di lui, tra i padri nobili a cui l’autore qui si riferisce, c’è anche Karl Jaspers, con la sua teoria dei periodi “assiali”del pensiero umano, quelli cioè che avrebbero visto la nascita dei grandi orientamenti di pensiero, filosofici e religiosi, che hanno segnato lo sviluppo della (nostra?) civiltà. La differenza tra questi grandi – e comunque discutibili – esempi e l’enciclopedia di Holenstein sta nel fatto che quei grandi schemi erano animati da una concezione filosofica specifica, servivano, soprattutto in Hegel, alla affermazione di un sistema. La neutralità descrittiva dello studio di Holenstein, che è certo anche uno dei suoi pregi, finisce però per renderlo poco incisivo e alla fine della lettura ci domandiamo quali sono le cose nuove che abbiamo imparato non riusciamo a indicarne nessuna.
È vero che anche il mettere insieme questa enorme quantità di dati (tutti rigorosamente già dati nella letteratura “storica” corrente) alla luce di una visione geografica dei grandi movimenti delle civiltà umane potrebbe dar luogo (ricordate la tesi filosofica secondo cui la quantità si trasforma in qualità?) a qualche risultato non previsto. Per esempio, ed è questo un possibile interesse, largamente insoddisfatto, del libro, si potrebbero scoprire nessi che finora ci erano sfuggiti tra collocazione geografica e idee filosofiche: capire per esempio perché la filosofia nasce nelle isole greche poi si sviluppa in modo eminente nella Germania del secolo XIX. Non è che l’autore non si ponga questo problema: ma si limita – del resto non potrebbe né dovrebbe fare altrimenti – a constatare che storicamente è andata così, riportando – come del resto fanno tutti i manuali – la nascita della filosofia greca a influenze, indiane, medioorientali.
Quello che certo non si trova nei nostri manuali scolastici – ma non sappiamo davvero se dovrebbe starci – è la quasi identificazione delle origini della filosofia con le origini dello stesso homo sapiens sapiens, cioè dell’uomo che poi, dopo secoli di evoluzione, siamo diventati noi (e Hegel, e Nietzsche, e...). Siccome la specie umana è nata, sembra, in Africa, qui troviamo un capitolo sui “più antichi e significativi contributi del continente africano a questa disciplina”: e questi contributi sono riassunti nella stessa pagina (66): il fatto che l’uomo può parlare liberamente (dire quel che vuole senza dipendere dagli impulsi che lo muovono); universalmente, anche di cose che non sono presenti o non esistono; può cambiare prospettiva, cambiare idea; può riflettere sulla propria lingua e modalizzare (valide, dubbie, probabili, false, ecc.) le sue enunciazioni; può argomentare razionalmente, adducendo ragioni pro o contro. Certo nessuna filosofia qualunque cosa essa sia può darsi senza queste condizioni, ma sono così generali che è difficile non identificarle con la civiltà umana tout court. Peraltro, parlando dell’America precolombiana, Holenstein utilizza una classificazione della storiografia filosofico-antropologica anglosassone, distinguendo saperi sul mondo e l’etica che sono diffusi tra il popolo o sono insegnati da qualche grande maestro spirituale, o sono affare di vere e proprie scuole: folk philosophy, sage philosophy, school philosophy.
Comunque, ciò su cui in fondo Hegel sarebbe d’accordo con l’autore è che la filosofia è la somma della civiltà umana, per cui la sua storia è la storia (e geografia) stessa della civiltà. Eurocentrismo? No, risponderebbe Holenstein, perché le culture umane, soprattutto se guardate dal vasto punto di vista antropologico e geo-sociologico che egli adotta, sono molto più simili di quanto non si creda: una tesi che mette abbondantemente da parte Hegel per una sorta di prospettiva vicina allo strutturalismo – un altro grande orientamento di pensiero, peraltro, nato, cresciuto e forse morto proprio in Europa.
Il libro, accanto alla vastità dell’informazione, ha il pregio di dare a pensare, e anche di far sognare, con tutte le sue belle cartine, come tutti gli atlanti. Non è poco, per un testo di “filosofia”.


lunedì 22 febbraio 2010

L′Italia sarà mai uno Stato laico?

Riporto qui le riflessioni dell'amica Mariacristina Spinosa (consigliera regionale, come sapete, e candidata alle Elezioni regionali del 28-29 Marzo) sul tema trattato insieme nel corso del dibattito “L’Italia sarà mai uno stato laico?” (giovedì 18 febbraio presso la Sala delle Tessitrici, Ex Cisap, di Collegno. Segue un video dell'incontro.


Perché questa serata? Perché ad un anno dalla morte di Eluana Englaro, continua ad essere molto acceso il dibattito politico sui temi del testamento biologico, dell'aborto, del rapporto Stato-Chiesa e della libertà di religione, dell'unione regolamentata delle coppie di fatto ed omosessuali, della RU486, della legge 40.

La serata è stata l’occasione per dibattere sui passi realmente compiuti in direzione di una piena laicità del nostro Stato e sulle tante barriere ancora da abbattere affinchè la nostra società possa definirsi una società libera, in cui ogni individuo possa godere appieno dei propri diritti. Di seguito alcune riflessioni della consigliera Spinosa, che sono state da spunto per la serata del 18 febbraio.

“La Costituzione italiana all’articolo 7 recita: “Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Dunque, si definisce Stato laico uno Stato che agisce con imparzialità nei confronti delle fedi religiose dei cittadini, uno Stato che sa difendere e salvaguardare la libertà di coscienza di ciascun cittadino.
Quindi nessuno dovrebbe imporci di vivere la libertà di coscienza o di non viverla.
Qualunque ente esterno, sia questo laico o religioso, pretenda di garantirla di fatto la nega.
Quando parlo di libertà di coscienza mi riferisco alla libertà, di ciascuno di noi, di autodeterminarsi, cioè alla nostra capacità di scegliere autonomamente ed indipendentemente.

Qui mi collego a due temi, molto dibattuti, e da me molto sentiti, in quanto donna: l’aborto e la procreazione assistita.
La legge 194 sull’aborto ha subito e continua a subire dure critiche e svariati tentativi di revisione, ma in più di trent’anni ha contribuito a salvare migliaia di donne da uno squallido destino fatto di aborti clandestini ed elevati rischi per la salute delle donne stesse.
Non c’è bisogno di ricordare che l’aborto è un lutto e che nessuna donna se lo augura. Non c’è bisogno di ricordare che, a distanza di 32 anni dalla 194, l’aborto è un male estremo, ma necessario al quale ricorrere nel caso in cui la vita del nascituro o della madre siano compromesse, per motivi psicologici, biologici, sociali.

In ogni caso si tratta, sempre e comunque, di una scelta, di quella autodeterminazione dell’individuo cui facevo riferimento prima: la donna deve poter scegliere autonomamente ed indipendentemente della propria vita e della vita del figlio che porta in grembo, senza condizionamenti esterni, senza imposizioni dall’alto, senza nessun richiamo a questa o a quella fede religiosa.

Per quanto concerne, invece, la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA), l’Italia continua a rimanere un fanalino di coda, sebbene siano passati 5 anni dalla sua approvazione.
Nei Paesi europei e negli Stati Uniti si assiste ad un continuo miglioramento delle performance delle tecniche di procreazione medicalmente assistita con una graduale, costante diminuzione delle principali complicanze, in particolare quelle legate alle gravidanze multiple, considerate dagli esperti come particolarmente rischiose.

In Italia, purtroppo, si è in netta controtendenza e non si registra alcun passo in avanti. Anzi, si continua ad assistere all’esilio forzato di coppie in cerca di un figlio, di continua ad assistere a viaggi della speranza all’estero, in particolare verso Spagna, Russia, Romania per ovviare ai divieti della legge 40, primo fra tutti il divieto di congelamento degli embrioni e l’obbligo di fertilizzare solo tre ovociti.

In Italia, inoltre, la legge vieta la diagnosi pre-impianto e resta irrisolto anche il nodo delle coppie portatrici di patologie genetiche.
Difendere la vita significa anche diminuire sensibilmente, attraverso una legge più completa ed organica, attraverso una legge chiara e che funziona, la mortalità prenatale, i ricoveri nelle rianimazioni neonatali, le percentuali di paralisi cerebrale e soprattutto i costi economici.

Ho voluto portare questi due esempi per rimarcare quanto la scelta dell’individuo prescinda da tutto, quanto la volontà di ciascun individuo debba essere rispettata. Auspicare ad una società laica, e non laicista, significa garantire a ciascuno di noi la piena libertà ed autonomia, così come previsto tra l’altro dalla nostra Costituzione. Auspicare ad una società laica significa garantire a ciascun individuo la libertà di scegliere, non che qualcuno lo faccia per noi.

Per farlo, però, occorre che certe ingerenze non siano più tollerabili, soprattutto in una democrazia che si definisce tale come la nostra. La presidente Bresso, riferendosi al caso di Eluana Englaro, diceva che esiste un’etica che impone il rispetto delle persone, ma aggiungo io il rispetto anche delle scelte di queste persone e della dignità stessa delle persone.

In Italia assistiamo ogni giorno a qualche fuga: fughe di cervelli, fughe per avere un figlio, fughe per coppie di fatto che vogliono diritti e riconoscimenti che ad oggi non hanno, fughe per lavorare in maniera dignitosa, fughe per morire.
Tutto ciò è triste, molto triste. E lasciare che altri Paesi concedano quello che il nostro Paese è incapace di concedere sarebbe un modo non solo triste ma anche vile per mettersi la coscienza a posto e per fuggire dalle proprie responsabilità. E se ciò accadesse per il nostro Paese sarebbe l’ennesima, triste sconfitta”.


domenica 21 febbraio 2010

Sbagliava la signora Thatcher

Sbagliava la signora Thatcher
L'espresso, 19 febbraio 2010

Quando il vostro commercialista, al momento della denuncia dei redditi, vi dice che quest'anno avete guadagnato di meno dell'anno scorso, la vostra reazione è un oscuro senso di colpa. Lo sviluppo, la crescita, sia del Pil o del proprio reddito, appare una legge naturale, divina. È un incantesimo che va rotto, per amore della stessa sopravvivenza. Proprio alla distruzione, o almeno a un profondo ripensamento, dell'economia si è dedicato da anni Serge Latouche, notissimo per i suoi libri sulla decrescita come unico modo di salvarci dalla incombente scomparsa della vita sul pianeta. L'ultimo libro ('L'invenzione dell'economia. Bollati Boringhieri, pp. 257, euro 18) che è anche una specie di summa di tutti i lavori precedenti, studia l'origine dell'economia (come scienza e come insieme di fatti sociali) perché solo capendo come essa è nata e si è imposta possiamo liberarcene.
Che si tratti di una invenzione, come dice il titolo, sottolinea che essa non è un prodotto 'naturale', come se fosse ovvio l'uomo deve essere 'homo oeconomicus' per esistere. Dati i bisogni ci vuole il lavoro, e poi lo scambio, il denaro, il salario, il capitale, il profitto. Se si accettano questi concetti, e la loro concatenazione sistematica costruita storicamente, la signora Thatcher aveva ragione, il capitalismo è il solo sistema che funzioni. Già, dice Latouche, ma l'idea dello sviluppo indefinito - della produttività, della riproduzione, della disponibilità di merci - è insostenibile e contraddittoria, e si rivela distruttiva, come vediamo sia con l'esaurimento incombente delle risorse naturali, sia per lo scoppio successivo delle varie 'bolle' con cui via via proprio l'economia ci ha illusi. Non sarà consolante, ma liberarci dallo spettro dell'economia sgombra almeno la mente per provare a pensare a qualche alternativa.
Gianni Vattimo

Sulla dolce morte c'è ipocrisia, in Italia molti casi nel silenzio

Sulla dolce morte c'è ipocrisia in Italia molti casi nel silenzio
La Repubblica — 18 febbraio 2010 — Intervista a Gianni Vattimo (di Paolo Griseri)

TORINO - L'unica cosa da evitare, in casi come questi, è l'ipocrisia. Il filosofo Gianni Vattimo sintetizza così il suo commento sulla vicenda Gosling: «La verità è che, anche in Italia, la libertà delle scelte dipende dalla classe sociale. Chi può si rivolge a un amico medico e nessuno sa nulla. Poi tutti discutono dei massimi principi».

Professor Vattimo, anni fa lei rivelò di aver fatto un patto con il suo compagno. Il caso Gosling è simile al suo? «La principale differenza è che, a quanto risulta, il compagno di Gosling era lucido e cosciente. Noi avevamo stabilito che scelte di questo genere le avremmo compiute solo nel caso in cui uno dei due non fosse più consapevole».

Chi avrebbe dovuto materialmente compiere il gesto estremo? «Ci siamo iscritti tutti e due ad un' associazione svizzera che si chiama Dignitas. Siamo andati a Zurigo e abbiamo aderito sapendo che sarebbe stato un ospedale di quella città ad accompagnarci nell'ultimo ricovero».

Una scelta che conferma oggi? «Il mio compagno è morto nel suo letto, non abbiamo avuto bisogno di rivolgerci all'associazione. Ma io ho continuato a pagare la quota: ogni anno spendo 150 euro. L'obolo è l'occasione per riflettere. Ci sono momenti in cui mi immagino come un incubo di essere all'ingresso dell'ospedale di Zurigo ad accompagnare qualcun altro. Sono contento di non aver dovuto accompagnare il mio amico».

Lei è favorevole all'eutanasia? «Assolutamente sì».

Si sarebbe comportato come Gosling? «Non conosco il caso specifico ma certo se una persona che soffre mi chiedesse di farlo, credo che lo farei».

Lei continua a professarsi cattolico, nonostante queste sue posizioni? «Certo».

Non c'è contraddizione tra questa sua posizione e la dottrina della Chiesa? «Il fatto è che la morale cattolica è stata tutta virata sul tema della difesa della vita biologica. Una posizione strumentale, legata alle battaglie sull'aborto. Una posizione che contrasta con gli stessi insegnamenti della chiesa. La sopravvivenza biologica e la vita sono due cose diverse. Altrimenti non c'è differenza tra la masturbazione e il genocidio. Ma anche il martirio sarebbe in contrasto con quella dottrina. Da bambini ci indicavano come modelli i santi che avevano scelto il motto: "la morte ma non il peccato". Che cosa è cambiato da allora? Non è più vero?».

Lei sarebbe favorevole a una modifica dell'attuale legge italiana? «Ovviamente. Altrimenti anche la mia iscrizione all'associazione svizzera rischia di diventare inutile».

Come mai? «Perché in Italia l'omicidio del consenziente è vietato. E sarebbe trattato da complice di omicidio chi acconsentisse alla mia richiesta e mi trasferisse a Zurigo. Spero che, se fosse necessario, si trovi qualche amico disposto ad accompagnarmi almeno al confine. Spero soprattutto, ma temo che non succederà, che la legge italiana sia un giorno in grado di distinguere tra la sopravvivenza biologica e la vita».

In caso contrario? «In caso contrario le cose continueranno ad andare come oggi: chi può trova un amico medico e chi non può soffre fino alla fine. Possiamo dirla così: le classi sociali più elevate se la cavano e gli altri si arrangiano».

Non voto Bresso nemmeno sotto tortura

Non voto Bresso nemmeno sotto tortura
Il Giornale, 20 febbraio 2010
di Paolo Bracalini

Professor Vattimo, già stufo di Di Pietro?
«Io stimo Di Pietro perché è l’unico di sinistra in Italia, però non posso stare con la banda di trafficanti della Tav che l’Idv sostiene».
Traduco: in Piemonte voterà contro il suo partito, che sostiene la Bresso, famosa pro-Tav.
«Esattamente, farò il voto disgiunto e invito anche gli elettori piemontesi dell’Italia dei valori a fare altrettanto. Ho individuato una candidata al consiglio regionale dell’Idv che mi piace e che voterò, ma non voterò mai la Bresso, nemmeno se mi torturano».
E chi vota?
«Ma, vediamo, il candidato presidente di una lista di sinistra minoritaria per esempio...».
Ci risiamo, non è che ritorna a sinistra?
«Per adesso sono un indipendente dell’Idv e quindi ho anche posizioni divergenti da Di Pietro».
Se fosse in Campania farebbe lo stesso, non voterebbe l’indagato De Luca candidato presidente anche dall’Idv?
«Sì, anche se mi dicono che i reati che gli contestano sono reati, diciamo così, di assistenza politica per gruppi di disoccupati. Insomma c'è reato e reato, bisogna distinguere. Anche Tartaglia, che è indagato per aver tirato la statuetta del Duomo in faccia a Berlusconi...».
Poco grave.
«Se Tartaglia avesse delle altre buone ragioni per essere candidato, se per esempio fosse esperto di acque potabili o di infrastrutture, io non baderei assolutamente al fatto che è indagato».
Fosse per lei lo candiderebbe.
«Ripeto, lo farei se avesse altri titoli oltre ad aver tirato il Duomo in testa al Cavaliere, anche se tutto sommato...».
Anche quello...
«Anche quello mi sembra un merito».
Suvvia, non dirà sul serio.
«Non dico che è un merito politico sufficiente per farne un candidato, ma ecco non potrei dire di essere profondamente addolorato per l’aggressione a Berlusconi...».
Allora sarà anche d’accordo con Genchi che al congresso Idv ha sostenuto che l’aggressione era tutta una montatura organizzata dal premier. Teorie del complotto da siti internet, ma lei è europarlamentare...
«Intanto io mi fido più di Genchi che di altre forme di informazioni. Poi sul caso Tartaglia ho la stessa posizione che ho sempre avuto sull’11 settembre. Cioè come Bush ha sfruttato l’11 settembre a suo favore, anche Berlusconi ha utilizzato straordinariamente bene la vicenda Tartaglia, talmente bene che, conoscendo i miei polli, posso sospettare che lo abbiano organizzato».
Parla come un grillino.
«Non sono grillino, sono un marxista che sta con Di Pietro. Ecco, semmai lui deve stare attento a non diventare troppo amico del Pd, chi lo vota potrebbe cambiare idea. Il test saranno le regionali, se sarà negativo vorrà dire che Di Pietro deve cambiare rotta rispetto ai De Luca».
Non è che sosterrà anche lei la corrente di De Magistris?
«Ma per ora c’è Di Pietro e va bene così, De Magistris mi piace, è anche un bell’uomo, anche se non è il mio tipo e quindi non lo dico per fargli la corte».
Ma non le piacerebbe uno più a sinistra?
«Mi piacerebbe ma non c’è».
C’è Vendola, è anche difensore dei diritti omosessuali.
«Per carità, questi come Vendola e Ferrero si sono suicidati con le loro mani per difendere i poteri delle loro piccole burocrazie. Se qualcuno mi spiega una differenza di visione politica tra Vendola e Ferrero gliene sarò grato, ma non ne vedo nessuna».
Lei si dice marxista, Di Pietro però no, almeno per ora.
«Io sono marxista, leninista e non mi è nemmeno antipatico Stalin, che ci ha salvato da Hitler, più degli Stati Uniti. Di Pietro non lo è? Peccato, però mi fido lo stesso. Gli darei anche le chiavi di casa».