giovedì 9 settembre 2010

Dalla comunicazione alla solidarietà

In esclusiva per i lettori del blog: il testo della lecture tenuta alla Euprio Conference 2010, Stresa, 1 settembre.

Dalla comunicazione alla solidarietà


I due termini di questo titolo dovrebbero essere seguiti da un punto interrogativo. Non è affatto detto, anzi è sempre più evidentemente problematico, che dalla comunicazione scaturisca in qualche modo la solidarietà, anche se non potremmo dire che si può dare la solidarietà senza qualche forma di comunicazione. Io stesso ho pubblicato alla fine degli anni Ottanta un piccolo libro intitolato La società trasparente, che ha avuto una larga fortuna in varie paesi, e che però – forse per il suo titolo, che anch’esso avrebbe avuto bisogno di un punto interrogativo – mi ha fatto scambiare per un apologeta convinto della portata emancipatoria dei mass media. Certo, sono anche un difensore del significato liberatorio della comunicazione generalizzata; ma con un certo numero di significative condizioni. La prima delle quali è l’indipendenza politica della rete. Se posso permettermi un po’ di autobiografia, e di marketing editoriale, ricordo che La società trasparente ha avuto una seconda edizione che contiene un capitolo aggiuntivo intitolato “I limiti della derealizzazione”. Non starò qui a illustrare nei dettagli il senso di questo titolo, che sta in rapporto con una posizione filosofica generale che ho chiamato “pensiero debole” e che immagina l’emancipazione umana come un cammino di progressiva riduzione del peso e della perentorietà del “reale”. In questo cammino, è ovvio che la sempre più vasta pervasività dei media ha un ruolo decisivo: siamo sempre meno in contatto con le “cose” e sempre più in contatto con le loro rappresentazioni mediatiche; cioè con interpretazioni che implicano la presenza di altri soggetti, a loro volta tutt’altro che specchi passivi del “dato”. Tanto che spesso mi capita di sostenere che nel nostro secolo la stessa nozione di verità – il come stanno, in se stesse, le cose – viene sostituita da quella che chiamerei evangelicamente la carità, cioè l’accordo con gli altri che mediano ogni nostro rapporto con il cosiddetto reale. Faccio notare che una prospettiva come questa non è così stravagante per la filosofia: Hegel e Marx, in termini diversi, l’hanno formulata molto prima del pensiero debole: fare del mondo la casa dell’uomo (dove lo Spirito diventa assoluto perché si sente “presso di sé”), come pensava Hegel nella sua filosofia della storia; o eliminare l’alienazione anche nei suoi termini sociali ed economici come voleva Marx, è per l’appunto un modo di ridurre la perentorietà del reale “esterno” e della sua forza di limitare la libertà.

Il mio ripensamento sul senso emancipativo della comunicazione, come ho accennato, è stato motivato dalla presa d’atto che la “logica” della comunicazione generalizzata – cioè la tendenza della mediatizzazione della società a ridurre il peso del “reale” esterno a favore di una accentuata interdipendenza tra soggetti, comunità ecc. – era limitata dal peso “realistico” del potere, dei bisogni, della diseguale distribuzione della ricchezza. Se nella pretesa Babele post-moderna le varie prospettive interpretative si riducono di fatto a una sola o alle due di cui dispongono i due monopolisti, si ristabilisce una rigidezza “realistica” che contraddice al senso emancipativo della comunicazione. Ripeto che parlo qui di emancipazione dal peso del reale non perché ci siano ragioni filosofiche di preferire un mondo di simulacri al mondo delle cose (una sorta di platonismo ripreso e intensificato: tutto a favore delle idee, niente valore alle cose concrete); ma perché le immagini che sono distribuite dai media sono già sempre interpretazioni, e cioè risultato di atti liberti che si rivolgono alla nostra libertà chiedendoci un analogo impegno attivo di interpreti. (Il pensiero debole – che non è qui il nostro tema principale – ha anche una ipotesi sul perché il reale, le “cose come stanno”, ci sembrino da sempre preferibili alle “mere interpretazioni”. Le cose come stanno “oggettivamente” nascondono la trama di relazioni di potere che ci avviluppano: le analisi di Nietzsche sono spesso dirette a mostrare come i deboli, i senza potere, tendano a mascherare in modo consolatorio la loro debolezza proprio richiamandosi a un dato “innegabile”, alla fine il potere sovrano di Dio).

È in relazione a queste tematiche che la domanda contenuta nel mio titolo, qui, prende un senso più preciso, e cioè questo: possiamo pensare che l’intensificazione e lo sviluppo della comunicazione, che nel nostro mondo è diventata identica alla stessa realtà (se non se ne parla sui giornali o alla TV, non “esiste”...) comporti anche una intensificazione della solidarietà, e cioè una riduzione delle relazioni di dominio che hanno sempre costituito la trama “oggettiva” del cosiddetto reale? Nella mia ipotesi filosofica di riportare la verità alla carità – ma se volete, alla solidarietà – il fatto che riconoscere la verità di una proposizione – anche di una proposizione delle scienze sperimentali, dure – equivalga a condividere il punto di vista di una comunità, dunque a una sorta di atto di “appartenenza”, comporta già di per sé un elemento emancipativo in quanto richiede appunto il riconoscimento di una struttura dialogica della esperienza del mondo. Detto molto elementarmente: se so che il “dato” non è l’oggetto bruto che posso solo registrare passivamente, ma mi è appunto “dato” da qualcuno, ho nei confronti di esso un atteggiamento effettivamente più libero. Davanti a ogni proposizione posso, e devo, domandare “chi lo dice?”, assumendomi la responsabilità di partecipare a un dialogo più che di rispecchiare fedelmente il “dato”. Naturalmente si pone subito il problema del conformismo: se non mi richiamo alla “cosa stessa” come farò a non farmi ingannare dai tanti idola tribus, fori, ecc. L’esperienza del “reale”, ovviamente, è sempre stata condizionata dalla comunicazione (appunto: idola tribus, ecc.), e anche a priori kantiani condivisi con altri soggetti. Non c’è esperienza delle “cose” che non sia mediata dal rapporto con altri, e dunque dalla comunicazione. La novità della nostra situazione è che la comunicazione è diventata un fattore esplicito della nostra esperienza: Tutti sanno ormai che “la TV mente”, e cioè che siamo presi in una rete (un web, appunto) di informazioni non sempre coscientemente manipolate, ma inevitabilmente mediate dall’esperienza di altri, dalla comunicazione che ne riceviamo. Una volta che si pone esplicitamente la domanda “chi lo dice?”, non possiamo più credere ingenuamente alla favola dell’immediatezza dell’esperienza. Nietzsche ha parlato di una “scuola del sospetto” che caratterizza il nostro pensiero di tardo-moderni. E’ qui che la comunicazione confina, quasi necessariamente, con la solidarietà. A che dobbiamo essere fedeli per sapere la verità? Certo non al preteso dato immediato, che ormai sappiamo non essere affatto tale. E allora? Possiamo solo rispondere più o meno responsabilmente ai messaggi che ci vengono dagli altri: i nostri simili intorno a noi, o le culture altre – nello spazio o nel tempo – con cui veniamo in contatto. Non solo la nostra cultura è cultura del sospetto, nel senso del”chi lo dice?”; ma è anche una cultura della storicità, e cioè della comunicazione. Si fa esperienza di verità non quando, “mettendo da parte” opinioni e pregiudizi , si va “alle cose stesse”: questo è il massimo della mistificazione, la cancellazione della domanda “chi lo dice?” a favore di una immediatezza che non è e non può mai essere tale.

Il passo tra comunicazione e solidarietà è dunque, anzitutto, quello che prende atto di una storicità determinata e situata, in rapporto alla quale soltanto possiamo accedere alla verità. Che, se vale quel che si è detto fin qui, non è il trovarsi di fronte al “dato immediato” in una sorta di stuporoso silenzio imposto dalla “evidenza”; ma il riconoscersi, sempre problematico e mai tale da tacitarci, con altri con cui condividiamo una certa interpretazione, con cui ci “accordiamo”.

C’è però una possibilità di non cadere nel puro conformismo, quello per cui sarei nel vero solo se sono d’accordo con la mia comunità di appartenenza? Il carattere esplicito della comunicazione, il sapere che “la TV mente” e che occorre domandare “chi lo dice?” impediscono di pensare che la comunità entro cui mi trovo a vivere e pensare sia l’unica, si identifichi con l’umanità tout court. È proprio la consapevolezza che il “dato” mi è sempre “dato” da qualcuno ciò che mi libera dall’accettazione pura e semplice delle opinioni condivise; anche qui: “condivise da chi?”. Mi pongo questa domanda, che società più chiuse entro tradizioni condivise e sorrette da una autorità (nel Medio Evo, guelfi e ghibellini; due agenzie di verità e potere, l’imperatore e il papa…), perché vivo in un mondo di pluralità di interpretazioni, anche solo perché posso viaggiare e conoscere culture diverse, e perché queste culture diverse sono anche ormai qui con noi. La solidarietà a cui pensiamo qui non è l’accettazione passiva di una appartenenza, ma la consapevolezza critica che ci muoviamo sempre dentro, e partire da, una collocazione storica, a cominciare dl fatto che abbiamo una lingua che porta con sé non solo un lessico e una sintassi, ma anche una enciclopedia di esperienze, di paradigmi, di modi di rapportarsi al mondo. La consapevolezza critica – non accettata passivamente – di una appartenenza è anche la libertà che ci è offerta proprio dalla comunicazione. Il giorno che ci fossimo “liberati” dalla pluralità delle interpretazioni, come spesso raccomandano autorità di ogni tipo – religiose o politiche o anche “scientifiche” – avremmo perso anche ogni libertà nei confronti del preteso “reale”.

Il disagio che spesso, o anzi per lo più e quasi necessariamente, sentiamo di fronte a questo modo di pensare l’esperienza come pluralità di interpretazioni, è davvero un bisogno di “verità” su cui poggiare senza dubbi e incertezze? Noi siamo persuasi che si tratta invece della reazione “normale” di chi – come il “cane invecchiato alla catena” di cui parla Nietzsche – è cresciuto in un sistema dove la verità del dato era imposta dall’autorità di un sovrano, terreno o celeste che sia; e che desidera sostituirsi, o almeno allearsi, con questa autorità. Il “pensiero unico” che, anche e soprattutto con l’aiuto dei mass media sottoposti al controllo della proprietà, cerca di imporsi dovunque, con una schiera di collaboratori desiderosi soltanto di servire per partecipare al potere, è una prova abbastanza evidente che la malattia della catena non è affatto debellata. Una comunicazione capace di produrre e promuovere solidarietà può essere solo quella che, consapevole della propria collocazione, sa che può vivere solo entro la molteplicità preservata da ogni pretesa di “verità unica”. Un motto che potrebbe riassumere questo discorso sembra essere “salvare Babele”. L’alternativa – espressa nell’altro motto “amicus Plato sed magis amica veritas” esprime solo la patologica nostalgia per un mondo dove la libertà umana avrebbe solo il senso di negarsi e dissolversi nel silenzio della contemplazione dei “fatti”.

Gianni Vattimo

1 commento:

Antonio ha detto...

La solidarietà è nella radice stessa della comunicazione = mettere in comune. La condivisione della datità ha i suoi vincoli nell'assunzione delle responsabilità e sebbene non sono convinto sia un criterio perfetto per essere al riparo dal dominio dell'autorictas è quanto di meglio abbiamo, esattamente come per la democrazia, non è il modo perfetto di governare ma non abbiamo di meglio. Ad ogni modo il rischio di allontanarsi troppo dalle cose non è da trascurare, pertanto forse un'ontologia minima...

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